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		<title>Riconversioni estreme</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/riconversioni-estreme/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 08:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[World Bulletin @it]]></category>

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			<description><![CDATA[Come vi sembra l’idea di sorseggiare un espresso seduti davanti a un ex-orinatorio ottocentesco? Troppo stravagante, forse, oltre che poco igienica? Non siate prevenuti, perché The Attendant Cafè, il nuovo locale ospitato in una toilette maschile sotterranea di Foley Street, a Londra, è una vera scoperta.

Nato per volontà – e grazie un buon investimento in opere di ristrutturazione – dell’imprenditore Peter Tomlinson, lo spazio attuale non è molto dissimile dall’originale bagno pubblico, che i lavori di interior design hanno voluto conservare pressoché intatto, riuscendo a regalare un nuovo e inaspettato uso ai vecchi orinatori di porcellana ora perfettamente integrati nei banconi, o alle cassette di scarico trasformate in portalampade. Anche le maioliche bianche e nere del pavimento e le piastrelle bianche sulle pareti sono rimaste al loro posto, più splendenti che mai.

Scendendo le scale di ferro battuto che un tempo portavano alla toilette, oggi si accede a un elegante sandwich bar dove la cucina è curata da uno chef stellato Michelin; si può passare la mattina per un espresso veloce e una fetta di torta al caffè, tornare a mezzogiorno per un lunch a base di zuppe, insalate, piatti vegetariani e una selezione di panini davvero invitanti e anche la domenica per un brunch goloso. Grande attenzione anche alla scelta delle materie prime, che provengono da coltivatori e allevatori selezionatissimi e a km zero.
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					<content:encoded><![CDATA[Come vi sembra l’idea di sorseggiare un espresso seduti davanti a un ex-orinatorio ottocentesco? Troppo stravagante, forse, oltre che poco igienica? Non siate prevenuti, perché The Attendant Cafè, il nuovo locale ospitato in una toilette maschile sotterranea di Foley Street, a Londra, è una vera scoperta.

Nato per volontà – e grazie un buon investimento in opere di ristrutturazione – dell’imprenditore Peter Tomlinson, lo spazio attuale non è molto dissimile dall’originale bagno pubblico, che i lavori di interior design hanno voluto conservare pressoché intatto, riuscendo a regalare un nuovo e inaspettato uso ai vecchi orinatori di porcellana ora perfettamente integrati nei banconi, o alle cassette di scarico trasformate in portalampade. Anche le maioliche bianche e nere del pavimento e le piastrelle bianche sulle pareti sono rimaste al loro posto, più splendenti che mai.

Scendendo le scale di ferro battuto che un tempo portavano alla toilette, oggi si accede a un elegante sandwich bar dove la cucina è curata da uno chef stellato Michelin; si può passare la mattina per un espresso veloce e una fetta di torta al caffè, tornare a mezzogiorno per un lunch a base di zuppe, insalate, piatti vegetariani e una selezione di panini davvero invitanti e anche la domenica per un brunch goloso. Grande attenzione anche alla scelta delle materie prime, che provengono da coltivatori e allevatori selezionatissimi e a km zero.
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		<title>Poesie su Marte</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/poesie-su-marte/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 08:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Technology @it]]></category>

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			<description><![CDATA[Quando amore per la letteratura e passione per la scienza s’incontrano, non può che nascere qualcosa di innovativo. Tanto più se questo avviene al quartiere generale della NASA, a Washington.

L’agenzia aerospaziale americana ha infatti inaugurato un nuovo progetto che si chiama Going to Mars, un contest letterario partito il primo maggio nel quale i partecipanti da tutto il mondo sono chiamati a scrivere un haiku, un componimento poetico di origine giapponese di soli tre versi.

La giuria popolare sceglierà i migliori elaborati a partire da giugno, e i tre vincitori saranno inseriti in un DVD che verrà letteralmente spedito in orbita a bordo di MAVEN -  Mars Atmosphere and Volatile Evolution – il satellite destinato a raccogliere dati nell’atmosfera di Marte.

L’idea non nasce da un’inaspettata vena poetica dell’agenzia spaziale, ma dall’intenzione di creare maggior curiosità fra le giovani generazioni intorno a Marte, oggetto di esplorazioni, studi e prossimo traguardo del programma aerospaziale americano nei due decenni a venire.

Dunque, se la contemplazione della volta celeste v’ispira versi romantici, non potete perdere l’occasione di spedire il vostro nome fra le stelle a imperitura memoria.

Attenzione però a seguire alla lettera le indicazioni riportate sul sito di Going to Mars: il testo dovrà essere scritto in lingua inglese e presentare la struttura tipica di un haiku – tre versi per diciassette sillabe complessive. La prima e l’ultima riga – rigorosamente originali, pena l’esclusione – dovranno essere composte di cinque sillabe, la seconda di sette.

Creatività sì, ma con rigore scientifico.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Quando amore per la letteratura e passione per la scienza s’incontrano, non può che nascere qualcosa di innovativo. Tanto più se questo avviene al quartiere generale della NASA, a Washington.

L’agenzia aerospaziale americana ha infatti inaugurato un nuovo progetto che si chiama Going to Mars, un contest letterario partito il primo maggio nel quale i partecipanti da tutto il mondo sono chiamati a scrivere un haiku, un componimento poetico di origine giapponese di soli tre versi.

La giuria popolare sceglierà i migliori elaborati a partire da giugno, e i tre vincitori saranno inseriti in un DVD che verrà letteralmente spedito in orbita a bordo di MAVEN -  Mars Atmosphere and Volatile Evolution – il satellite destinato a raccogliere dati nell’atmosfera di Marte.

L’idea non nasce da un’inaspettata vena poetica dell’agenzia spaziale, ma dall’intenzione di creare maggior curiosità fra le giovani generazioni intorno a Marte, oggetto di esplorazioni, studi e prossimo traguardo del programma aerospaziale americano nei due decenni a venire.

Dunque, se la contemplazione della volta celeste v’ispira versi romantici, non potete perdere l’occasione di spedire il vostro nome fra le stelle a imperitura memoria.

Attenzione però a seguire alla lettera le indicazioni riportate sul sito di Going to Mars: il testo dovrà essere scritto in lingua inglese e presentare la struttura tipica di un haiku – tre versi per diciassette sillabe complessive. La prima e l’ultima riga – rigorosamente originali, pena l’esclusione – dovranno essere composte di cinque sillabe, la seconda di sette.

Creatività sì, ma con rigore scientifico.
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		<title>Tutti i sapori di Roma</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/tutti-i-sapori-di-roma/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 08:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Food & Leisure]]></category>

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			<description><![CDATA[La Salumeria Roscioli è un’istituzione capitolina, come il Colosseo, il Panteon e il Foro Italico. In questa bottega del gusto a due passi da Campo de’ Fiori – che è gastronomia, enoteca, forno e ristorante insieme – si possono assaggiare e acquistare oltre 200 insaccati e prosciutti, 400 formaggi e poi conserve, salse e intingoli. Per non dire dei vini: addirittura 2.700 etichette.

Come spesso accade a Roma, la sua storia è antica ed è un sovrapporsi pressoché inestricabile di epoche diverse. Per primo, nel 1824, nacque il forno, sulle vestigia del teatro Gneo Pompeo Magno (i cui resti sono ancora ben visibili nelle cantine recentemente ristrutturate di un palazzo settecentesco).

E storici sono anche i sapori: da Roscioli, in via Chiavari, si sfornano ogni giorno tante specialità intramontabili, dalla pizza calda alla romana fino ai classici pani come quello lievitato con pasta acida.

In Salumeria si entra invece da Via Giubbonari, al 21: appena varcata la soglia, ci ritrova davanti a un banco dei salumi più prezioso di un forziere, carico dei migliori salumi e formaggi provenienti da ogni parte d’Italia. Pochi tavolini, simili a quelli di un bistrot parigino, fanno da cornice al banco: qui ci si può sedere per bere e spiluccare qualcosa.

E poi c’è il ristorante, dove è d’obbligo prenotare con un certo anticipo: l’ambiente è rustico e apparentemente alla buona, ma la cucina è gustosa e raffinata, e il menù comprende tutti i piatti che ci si aspetta di mangiare a Roma, preparati con materie prime di prima qualità. Insuperabile la carta dei vini, con alcune rarità – costosissime – e un’ottima scelta al calice.
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					<content:encoded><![CDATA[La Salumeria Roscioli è un’istituzione capitolina, come il Colosseo, il Panteon e il Foro Italico. In questa bottega del gusto a due passi da Campo de’ Fiori – che è gastronomia, enoteca, forno e ristorante insieme – si possono assaggiare e acquistare oltre 200 insaccati e prosciutti, 400 formaggi e poi conserve, salse e intingoli. Per non dire dei vini: addirittura 2.700 etichette.

Come spesso accade a Roma, la sua storia è antica ed è un sovrapporsi pressoché inestricabile di epoche diverse. Per primo, nel 1824, nacque il forno, sulle vestigia del teatro Gneo Pompeo Magno (i cui resti sono ancora ben visibili nelle cantine recentemente ristrutturate di un palazzo settecentesco).

E storici sono anche i sapori: da Roscioli, in via Chiavari, si sfornano ogni giorno tante specialità intramontabili, dalla pizza calda alla romana fino ai classici pani come quello lievitato con pasta acida.

In Salumeria si entra invece da Via Giubbonari, al 21: appena varcata la soglia, ci ritrova davanti a un banco dei salumi più prezioso di un forziere, carico dei migliori salumi e formaggi provenienti da ogni parte d’Italia. Pochi tavolini, simili a quelli di un bistrot parigino, fanno da cornice al banco: qui ci si può sedere per bere e spiluccare qualcosa.

E poi c’è il ristorante, dove è d’obbligo prenotare con un certo anticipo: l’ambiente è rustico e apparentemente alla buona, ma la cucina è gustosa e raffinata, e il menù comprende tutti i piatti che ci si aspetta di mangiare a Roma, preparati con materie prime di prima qualità. Insuperabile la carta dei vini, con alcune rarità – costosissime – e un’ottima scelta al calice.
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		<title>Milano gourmet</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/milano-gourmet/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 08:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Food & Leisure]]></category>

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			<description><![CDATA[Nuova location per l’edizione milanese del più grande Restaurant Festival del mondo: dal 30 maggio al 2 giugno Taste of Milano – che quest’anno festeggia quattro anni – si sposta indoor in nel Superstudio Più di via Tortona, nel cuore della “cittadella della creatività milanese.

Quest’anno tocca proprio a Milano aprire ufficialmente la stagione italiana dei Taste Festivals, il network mondiale che tocca 20 città in 4 continenti, dall’Europa all’Asia, passando per Emirati Arabi, Africa e Oceania.

Rimane invariata la formula: Taste of Milano resta un evento a numero chiuso (su prenotazione) con l’intento di educare al gusto in modo divertente offrendo la possibilità di assaggiare fino a trentasei piatti con il pedigree, spendendo come in un fast food. Prima di entrare occorre procurarsi la moneta locale, il ducato, che servirà per acquistare i piatti presso i ristoranti, i calici di vino nei wine bar, il caffè e le altre bevande.

Si potrà scegliere tra 14 ristoranti d’autore, 10 milanesi e 4 scelti dalla prestigiosa associazione Jeunes Restaurateurs D’Europe, che si daranno il turno nei quattro giorni della manifestazione. A guidarli, alcuni grandi nomi della ristorazione, che stanno mettendo a punto i loro piatti speciali per Taste: Andrea Aprea (Vun, Park Hyatt Milan), Tommaso Arrigoni (Innocenti Evasioni), Enrico Bartolini (Devero Ristorante), Roberto Okabe (Finger’s Garden), Wicky Priyan (Wicky’s), Andrea Provenzani(Il Liberty), Lorenzo Santi (La Maniera di Carlo), Luigi Taglienti (Trussardi alla Scala) e Viviana Varese (Alice Ristorante). Solo a Taste succede di poter

Oltre agli assaggi, ci saranno momenti di “spettacolo” e di formazione. L’Electrolux Taste Theatre ospiterà un fitto programma di show cooking con protagonisti gli chef dei ristoranti partecipanti e importanti ospiti da tutta Italia, mentre Electrolux Chef’s Secrets sarà la scuola di cucina dove carpire qualche segreto stellato.

La Wine Academy, con un bel programma di degustazioni di vini, distillati e birre, sarà curata dalla storica Enoteca Trimani di Roma, e i migliori pasticceri, panettieri, pizzaioli e cake designer si daranno appuntamento a The Lab per una serie di mini-lezioni.

Infine, Taste Design, momento nato dalla collaborazione con l’Associazione del Design Industriale, offrirà in anteprima assoluta un assaggio di una collezione di oggetti di design legati al food.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Nuova location per l’edizione milanese del più grande Restaurant Festival del mondo: dal 30 maggio al 2 giugno Taste of Milano – che quest’anno festeggia quattro anni – si sposta indoor in nel Superstudio Più di via Tortona, nel cuore della “cittadella della creatività milanese.

Quest’anno tocca proprio a Milano aprire ufficialmente la stagione italiana dei Taste Festivals, il network mondiale che tocca 20 città in 4 continenti, dall’Europa all’Asia, passando per Emirati Arabi, Africa e Oceania.

Rimane invariata la formula: Taste of Milano resta un evento a numero chiuso (su prenotazione) con l’intento di educare al gusto in modo divertente offrendo la possibilità di assaggiare fino a trentasei piatti con il pedigree, spendendo come in un fast food. Prima di entrare occorre procurarsi la moneta locale, il ducato, che servirà per acquistare i piatti presso i ristoranti, i calici di vino nei wine bar, il caffè e le altre bevande.

Si potrà scegliere tra 14 ristoranti d’autore, 10 milanesi e 4 scelti dalla prestigiosa associazione Jeunes Restaurateurs D’Europe, che si daranno il turno nei quattro giorni della manifestazione. A guidarli, alcuni grandi nomi della ristorazione, che stanno mettendo a punto i loro piatti speciali per Taste: Andrea Aprea (Vun, Park Hyatt Milan), Tommaso Arrigoni (Innocenti Evasioni), Enrico Bartolini (Devero Ristorante), Roberto Okabe (Finger’s Garden), Wicky Priyan (Wicky’s), Andrea Provenzani(Il Liberty), Lorenzo Santi (La Maniera di Carlo), Luigi Taglienti (Trussardi alla Scala) e Viviana Varese (Alice Ristorante). Solo a Taste succede di poter

Oltre agli assaggi, ci saranno momenti di “spettacolo” e di formazione. L’Electrolux Taste Theatre ospiterà un fitto programma di show cooking con protagonisti gli chef dei ristoranti partecipanti e importanti ospiti da tutta Italia, mentre Electrolux Chef’s Secrets sarà la scuola di cucina dove carpire qualche segreto stellato.

La Wine Academy, con un bel programma di degustazioni di vini, distillati e birre, sarà curata dalla storica Enoteca Trimani di Roma, e i migliori pasticceri, panettieri, pizzaioli e cake designer si daranno appuntamento a The Lab per una serie di mini-lezioni.

Infine, Taste Design, momento nato dalla collaborazione con l’Associazione del Design Industriale, offrirà in anteprima assoluta un assaggio di una collezione di oggetti di design legati al food.
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		<title>Tutto in tre piani</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/tutto-in-tre-piani/</link>
		<comments>http://www.slowear.com/it/tutto-in-tre-piani/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 May 2013 08:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Food & Leisure]]></category>

		<guid isPermaLink="false"></guid>
			<description><![CDATA[Un tempo, cultura, divertimento e buon cibo erano un trio ben poco compatibile: dove imperava uno dei tre, gli altri due in genere si rivelavano ben poco soddisfacenti. La regola non vale però per il Lanificio 159, a Roma, un ex-lanificio, per l’appunto, convertito in locale multifunzionale aperto alla sperimentazione musicale, alle performance e alle installazioni visuali.

Ma anche un luogo dove si può mangiare in un eccellente un ristorante e un disco club dove scatenarsi fino all’alba. Tre piani, uno per ciascuna delle tre anime di Lanificio 159.

L’essenza dell’opificio che fu rivive nella sezione Lanificio Officina, un laboratorio creativo che vuole riscoprire arti e mestieri di un tempo, con l’obiettivo di promuovere e condividere esperienze e competenze artigiane e artistiche. Qui si tengono laboratori di restauro, restyling e falegnameria, laboratori culinari e agrari, corsi di pittura, fotografia, musica e teatro, e si ridà nuova vita ai mobili minimal vintage che arredano il locale, alcuni dei quali si possono anche acquistare.

Due grandi loft affacciati sulle acque dell’Aniene – Lanificio Expo – sono invece dedicati a performance, mostre e rappresentazioni teatrali, in una strana contaminazione tra arti che vuole superare la logora settorialità alla quale siamo stati abituati.

Lanificio Cucina è un’osteria contemporanea, dove i sapori sono un’esperienza da scoprire con calma, confrontandosi con piccole realtà vitivinicole emergenti. Dalla cucina escono piatti della tradizione e proposte internazionali, dal timballo della domenica fino al gulasch, passando per la classica tartare – ma di pescato freschissimo.

E dopo cena, basta cambiare piano. Perché ogni weekend il Lanificio si trasforma in uno dei più esclusivi club romani, mentre il giovedì ospita i concerti dei musicisti emergenti.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Un tempo, cultura, divertimento e buon cibo erano un trio ben poco compatibile: dove imperava uno dei tre, gli altri due in genere si rivelavano ben poco soddisfacenti. La regola non vale però per il Lanificio 159, a Roma, un ex-lanificio, per l’appunto, convertito in locale multifunzionale aperto alla sperimentazione musicale, alle performance e alle installazioni visuali.

Ma anche un luogo dove si può mangiare in un eccellente un ristorante e un disco club dove scatenarsi fino all’alba. Tre piani, uno per ciascuna delle tre anime di Lanificio 159.

L’essenza dell’opificio che fu rivive nella sezione Lanificio Officina, un laboratorio creativo che vuole riscoprire arti e mestieri di un tempo, con l’obiettivo di promuovere e condividere esperienze e competenze artigiane e artistiche. Qui si tengono laboratori di restauro, restyling e falegnameria, laboratori culinari e agrari, corsi di pittura, fotografia, musica e teatro, e si ridà nuova vita ai mobili minimal vintage che arredano il locale, alcuni dei quali si possono anche acquistare.

Due grandi loft affacciati sulle acque dell’Aniene – Lanificio Expo – sono invece dedicati a performance, mostre e rappresentazioni teatrali, in una strana contaminazione tra arti che vuole superare la logora settorialità alla quale siamo stati abituati.

Lanificio Cucina è un’osteria contemporanea, dove i sapori sono un’esperienza da scoprire con calma, confrontandosi con piccole realtà vitivinicole emergenti. Dalla cucina escono piatti della tradizione e proposte internazionali, dal timballo della domenica fino al gulasch, passando per la classica tartare – ma di pescato freschissimo.

E dopo cena, basta cambiare piano. Perché ogni weekend il Lanificio si trasforma in uno dei più esclusivi club romani, mentre il giovedì ospita i concerti dei musicisti emergenti.
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		<title>Le mostre di maggio</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/le-mostre-di-maggio-2/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 08:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Arts & Culture]]></category>

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			<description><![CDATA[Life and death in Pompeii and Herculaneum

Nell’estate del 79 d.C. una spaventosa eruzione del Vesuvio distrusse le cittadine di Pompei ed Ercolano, nella baia di Napoli. Da allora, tutto è rimasto intatto, persino i corpi delle persone, letteralmente sepolte sotto strati di lava e cenere cementificata nel tempo. La mostra si preannuncia magnifica: la Sovrintendenza ai beni archeologici di Napoli ha concesso numerosi prestiti al museo londinese per permettere anche a chi non vive in Italia di godere di queste meraviglie. L’augurio di tutti è che un sito come questo, visitato da milioni di turisti durante l’anno e nonostante l’incuria di alcuni amministratori, venga valorizzato sempre più grazie anche all’interesse mondiale che esso ha.

Londra, British Museum, fino al 29 settembre 
 
Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti: la collezione Netter

Jonas Netter, collezionista francese e amante del folle clima creato dagli artisti che operavano a Montparnasse nei primi anni del ’900, apprezzava soprattutto il genio di Amedeo Modigliani, del quale possedeva molte opere, ma collezionava anche le nature morte di Hayden e le opere dai colori forti di Derain. A circa 70 anni dalla sua morte, gli eredi hanno deciso di mostrare i gioielli della sua collezione, fra i quali Le grandi bagnanti di Derain (1908) ma, soprattutto, Bambina in abito azzurro di Modì (1918), che Netter custodiva in camera da letto ed esposta per la prima volta in Italia.

Milano, Palazzo Reale, fino all’8 settembre 
 
Chagall, between war and peace

Russo di religione ebraica, Chagall ha vissuto per quasi 100 anni e di cose ne ha viste. Nel 1915, dopo un periodo passato a Parigi vicino alla comunità artistica di Montparnasse, torna in Russia ma viene sorpreso dallo scoppio della I Guerra Mondiale, della quale racconta la crudeltà degli eventi. Sarà così anche per la II Guerra Mondiale, nonostante la osservi da lontano, durante il suo esilio negli Stati Uniti. Nel dopoguerra torna in Francia, lasciandosi le brutte esperienze alle spalle: si dedica allo studio dei monumenti parigini e alla sperimentazione di nuove tecniche. La mostra, che si concentra solo sulla figura di Chagall, ci mostra però la condizione umana delle persone che hanno attraversato quei terribili momenti, in un alternarsi di guerra e pace nel corso di tutto il ’900.

Parigi, Musée du Luxemburg, fino al 21 luglio

Samurai! Armor from the Ann and Gabriel Barbier -Muller Collection

La figura del Samurai, appartenente alla casta giapponese dei guerrieri, rimase in azione fino al tardo XIX secolo, quando l’esercito venne trasformato in ordinario. 140 opere provenienti da una collezione privata raccontano non solo la spettacolarità delle armature e degli apparati per le battaglie e per le cerimonie di questi combattenti, ma anche il loro ruolo sociale. La mostra inaugura la nuova galleria di arte giapponese del Boston Museum of Fine Arts, che raccoglie opere orientali dall’antichità fino ai giorni nostri. Una curiosità: una delle poche armature complete esposte al pubblico proviene da un museo civico di Forlì!  

Boston, Museum of Fine Arts, fino al 4 agosto
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					<content:encoded><![CDATA[Life and death in Pompeii and Herculaneum

Nell’estate del 79 d.C. una spaventosa eruzione del Vesuvio distrusse le cittadine di Pompei ed Ercolano, nella baia di Napoli. Da allora, tutto è rimasto intatto, persino i corpi delle persone, letteralmente sepolte sotto strati di lava e cenere cementificata nel tempo. La mostra si preannuncia magnifica: la Sovrintendenza ai beni archeologici di Napoli ha concesso numerosi prestiti al museo londinese per permettere anche a chi non vive in Italia di godere di queste meraviglie. L’augurio di tutti è che un sito come questo, visitato da milioni di turisti durante l’anno e nonostante l’incuria di alcuni amministratori, venga valorizzato sempre più grazie anche all’interesse mondiale che esso ha.

Londra, British Museum, fino al 29 settembre 
 
Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti: la collezione Netter

Jonas Netter, collezionista francese e amante del folle clima creato dagli artisti che operavano a Montparnasse nei primi anni del ’900, apprezzava soprattutto il genio di Amedeo Modigliani, del quale possedeva molte opere, ma collezionava anche le nature morte di Hayden e le opere dai colori forti di Derain. A circa 70 anni dalla sua morte, gli eredi hanno deciso di mostrare i gioielli della sua collezione, fra i quali Le grandi bagnanti di Derain (1908) ma, soprattutto, Bambina in abito azzurro di Modì (1918), che Netter custodiva in camera da letto ed esposta per la prima volta in Italia.

Milano, Palazzo Reale, fino all’8 settembre 
 
Chagall, between war and peace

Russo di religione ebraica, Chagall ha vissuto per quasi 100 anni e di cose ne ha viste. Nel 1915, dopo un periodo passato a Parigi vicino alla comunità artistica di Montparnasse, torna in Russia ma viene sorpreso dallo scoppio della I Guerra Mondiale, della quale racconta la crudeltà degli eventi. Sarà così anche per la II Guerra Mondiale, nonostante la osservi da lontano, durante il suo esilio negli Stati Uniti. Nel dopoguerra torna in Francia, lasciandosi le brutte esperienze alle spalle: si dedica allo studio dei monumenti parigini e alla sperimentazione di nuove tecniche. La mostra, che si concentra solo sulla figura di Chagall, ci mostra però la condizione umana delle persone che hanno attraversato quei terribili momenti, in un alternarsi di guerra e pace nel corso di tutto il ’900.

Parigi, Musée du Luxemburg, fino al 21 luglio

Samurai! Armor from the Ann and Gabriel Barbier -Muller Collection

La figura del Samurai, appartenente alla casta giapponese dei guerrieri, rimase in azione fino al tardo XIX secolo, quando l’esercito venne trasformato in ordinario. 140 opere provenienti da una collezione privata raccontano non solo la spettacolarità delle armature e degli apparati per le battaglie e per le cerimonie di questi combattenti, ma anche il loro ruolo sociale. La mostra inaugura la nuova galleria di arte giapponese del Boston Museum of Fine Arts, che raccoglie opere orientali dall’antichità fino ai giorni nostri. Una curiosità: una delle poche armature complete esposte al pubblico proviene da un museo civico di Forlì!  

Boston, Museum of Fine Arts, fino al 4 agosto
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		<title>Salone del Libro 2013</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/salone-del-libro-2013/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 08:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arts & Culture]]></category>

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			<description><![CDATA[Nonostante la grave crisi che sta attraversando il settore, torna anche quest’anno il Salone Internazionale del Libro. L’appuntamento è, come da tradizione, al Lingotto Fiere di Torino dal 16 al 20 maggio e il palinsesto di eventi e relatori d’eccezione promette scintille per quella che resta la principale manifestazione italiana dedicata all’editoria, alla lettura e alla cultura.

Per non perdere la bussola tra i tanti appuntamenti in programma, ecco una selezione del meglio che si vedrà sotto la Mole Antonelliana.

L’incontro con Serena Dandini

Tema delicato e scottante, quello legato alla violenza sulle donne, del quale si parlerà e si leggerà con Serena Dandini autrice del recente volume Ferite a morte (Rizzoli), accompagnata da alcune delle voci femminili più autorevoli del panorama nostrano come Daria Bignardi, Lella Costa, Concita De Gregorio e Chiara Gamberane. Il 18 maggio presso l’Auditorium.

L’incontro con Beppe Severgnini

Da non perdere l’incontro con Beppe Severgnini previsto per domenica 19 maggio. L’occasione è la presentazione dell’ultima fatica del giornalista, Italiani di domani (Rizzoli), nel quale l’autore propone le otto chiavi per affrontare al meglio il futuro tutte all’insegna della lettera «t»: talento, tenacia, tempismo, tolleranza, totem, tenerezza, terra, testa.

Philippe Daverio e il design

I libri possono fornire il pretesto per parlare anche di design. Ecco perché non si può mancare alla lectio magistralis di Philippe Daverio, fascinoso narratore di esperienze artistiche il quale si soffermerà sui protagonisti della stagione che ha affermato il design italiano in tutto il mondo. Sabato 18 maggio.

Largo ai piccoli selvaggi

Anche quest’anno, il programma del Bookstock Village per i ragazzi fino ai 14 anni è curato da Eros Miari. Filo conduttore, i cinquant’anni di un libro culto che ha cambiato il modo di fare, pensare, illustrare i libri per l’infanzia: Nel paese dei mostri selvaggi, scritto e illustrato da Maurice Sendak. Uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1963 con il titolo di Where the Wild Things Are, non ha perso la potenza del suo messaggio in grado di mettere a confronto la lettura dei più piccoli con i grandi temi della natura umana.
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					<content:encoded><![CDATA[Nonostante la grave crisi che sta attraversando il settore, torna anche quest’anno il Salone Internazionale del Libro. L’appuntamento è, come da tradizione, al Lingotto Fiere di Torino dal 16 al 20 maggio e il palinsesto di eventi e relatori d’eccezione promette scintille per quella che resta la principale manifestazione italiana dedicata all’editoria, alla lettura e alla cultura.

Per non perdere la bussola tra i tanti appuntamenti in programma, ecco una selezione del meglio che si vedrà sotto la Mole Antonelliana.

L’incontro con Serena Dandini

Tema delicato e scottante, quello legato alla violenza sulle donne, del quale si parlerà e si leggerà con Serena Dandini autrice del recente volume Ferite a morte (Rizzoli), accompagnata da alcune delle voci femminili più autorevoli del panorama nostrano come Daria Bignardi, Lella Costa, Concita De Gregorio e Chiara Gamberane. Il 18 maggio presso l’Auditorium.

L’incontro con Beppe Severgnini

Da non perdere l’incontro con Beppe Severgnini previsto per domenica 19 maggio. L’occasione è la presentazione dell’ultima fatica del giornalista, Italiani di domani (Rizzoli), nel quale l’autore propone le otto chiavi per affrontare al meglio il futuro tutte all’insegna della lettera «t»: talento, tenacia, tempismo, tolleranza, totem, tenerezza, terra, testa.

Philippe Daverio e il design

I libri possono fornire il pretesto per parlare anche di design. Ecco perché non si può mancare alla lectio magistralis di Philippe Daverio, fascinoso narratore di esperienze artistiche il quale si soffermerà sui protagonisti della stagione che ha affermato il design italiano in tutto il mondo. Sabato 18 maggio.

Largo ai piccoli selvaggi

Anche quest’anno, il programma del Bookstock Village per i ragazzi fino ai 14 anni è curato da Eros Miari. Filo conduttore, i cinquant’anni di un libro culto che ha cambiato il modo di fare, pensare, illustrare i libri per l’infanzia: Nel paese dei mostri selvaggi, scritto e illustrato da Maurice Sendak. Uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1963 con il titolo di Where the Wild Things Are, non ha perso la potenza del suo messaggio in grado di mettere a confronto la lettura dei più piccoli con i grandi temi della natura umana.
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		<title>Amsterdam, primavera dell’arte</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/amsterdam-primavera-dellarte/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 08:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Arts & Culture]]></category>

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			<description><![CDATA[Per l’Olanda, il 2013 è iniziato all’insegna del rinnovamento. Forte dei numerosi investimenti in campo culturale (è il settimo paese per investimenti nella cultura in Europa, al contrario dell’Italia, tristemente fanalino di coda…), fra il 2012 e il 2013 ha visto la riapertura di due dei più importanti musei statali: lo Stedelijk Museum e il Rijksmuseum.

A poca distanza l’uno dall’altro (ed entrambi vicini al Van Gogh Museum, anch’esso interessato da un restauro iniziato da breve), sono stati oggetto di un importante intervento di ristrutturazione che ha portato, soprattutto nel caso dello Stedelijk, a un vero e proprio cambiamento architettonico, seguito a una lunga chiusura.

La rivalutazione dell’edificio, che ha visto cambiamenti strutturali importanti, può lasciare perplessi a prima vista: la struttura, progettata da Mels Crouwel, non si presenta più come un “normale” palazzo, ma somiglia piuttosto a una vasca da bagno, come prontamente l’hanno rinominata gli stessi abitanti di Amsterdam.

Eppure, essa s’inserisce in modo funzionale nell’edificio ottocentesco. Ma è l’allestimento interno a sorprendere maggiormente: fin dall’ingresso, il visitatore viene accolto da opere di artisti importanti come Andre e Appel, e il percorso prosegue in modo cronologico, con le opere posizionate nelle sale in modo strategico per attirare l’attenzione e la curiosità del visitatore.

Anche la riapertura del Rijksmuseum si è fatta attendere. Avvenuta nell’aprile scorso, l’inaugurazione è stata grandiosa e non ha disatteso le aspettative, sapientemente create da un lungo count down sui social network. Anche il Rijksmuseum è rimasto chiuso per circa una decina d’anni e il restauro ha riguardato soprattutto l’allestimento interno del palazzo ottocentesco. Il museo custodisce una ricca collezione di opere fiamminghe e, ovviamente, il pezzo di spicco è la Ronda di notte di Rembrandt, per la quale è da sempre predisposta una sala apposita.

La riapertura è stata organizzata in grande stile: la banda ha accompagnato la Regina Beatrice che una grande chiave ha simbolicamente aperto i battenti del museo mentre una lunga coda aspettava di entrare nelle nuove sale.
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					<content:encoded><![CDATA[Per l’Olanda, il 2013 è iniziato all’insegna del rinnovamento. Forte dei numerosi investimenti in campo culturale (è il settimo paese per investimenti nella cultura in Europa, al contrario dell’Italia, tristemente fanalino di coda…), fra il 2012 e il 2013 ha visto la riapertura di due dei più importanti musei statali: lo Stedelijk Museum e il Rijksmuseum.

A poca distanza l’uno dall’altro (ed entrambi vicini al Van Gogh Museum, anch’esso interessato da un restauro iniziato da breve), sono stati oggetto di un importante intervento di ristrutturazione che ha portato, soprattutto nel caso dello Stedelijk, a un vero e proprio cambiamento architettonico, seguito a una lunga chiusura.

La rivalutazione dell’edificio, che ha visto cambiamenti strutturali importanti, può lasciare perplessi a prima vista: la struttura, progettata da Mels Crouwel, non si presenta più come un “normale” palazzo, ma somiglia piuttosto a una vasca da bagno, come prontamente l’hanno rinominata gli stessi abitanti di Amsterdam.

Eppure, essa s’inserisce in modo funzionale nell’edificio ottocentesco. Ma è l’allestimento interno a sorprendere maggiormente: fin dall’ingresso, il visitatore viene accolto da opere di artisti importanti come Andre e Appel, e il percorso prosegue in modo cronologico, con le opere posizionate nelle sale in modo strategico per attirare l’attenzione e la curiosità del visitatore.

Anche la riapertura del Rijksmuseum si è fatta attendere. Avvenuta nell’aprile scorso, l’inaugurazione è stata grandiosa e non ha disatteso le aspettative, sapientemente create da un lungo count down sui social network. Anche il Rijksmuseum è rimasto chiuso per circa una decina d’anni e il restauro ha riguardato soprattutto l’allestimento interno del palazzo ottocentesco. Il museo custodisce una ricca collezione di opere fiamminghe e, ovviamente, il pezzo di spicco è la Ronda di notte di Rembrandt, per la quale è da sempre predisposta una sala apposita.

La riapertura è stata organizzata in grande stile: la banda ha accompagnato la Regina Beatrice che una grande chiave ha simbolicamente aperto i battenti del museo mentre una lunga coda aspettava di entrare nelle nuove sale.
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		<title>Miele metropolitano</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/miele-metropolitano/</link>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 08:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Green Life @it]]></category>

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			<description><![CDATA[A New York può succedere di tutto. Che cosa ci fanno, ad esempio, centinaia di arnie sui tetti delle case della Grande Mela? Nonostante suoni quantomeno bizzarro, si coltiva il miele; tutto merito dell’ultima grande passione dei newyorkesi, l’apicoltura metropolitana.

Tutto ebbe inizio nel 2010, quando l’amministrazione della città eliminò il bando che proibiva l’allevamento delle api da miele, l’innocua specie apis mellifera. Via libera, quindi, alle arnie cittadine, che hanno cominciato a proliferare sui rooftop dei palazzi neyorkesi, tanto che oggi se ne contano oltre quattrocento.

Un fenomeno in crescita e una tendenza considerata cool, oltre che sana ed ecosostenibile, che ha dato vita a club ufficiali di apicoltura e a un vero e proprio festival, il New York City Honey Festival, tenutosi lo scorso settembre.

Certo non è mancato qualche imprevisto: è capitato di non riuscire a tenere a bada qualche sciame poco incline all’ubbidienza ed è stato necessario placare gli animi di vicini poco consenzienti, ma nel complesso l’amministrazione di New York non si è pentita della propria decisione. I pochi incidenti registrati dalla liberalizzazione delle arnie sono giudicati colpa di apicoltori inesperti che non sanno mantenere in buono stato le loro colonie. E le api, se non si trovano bene, hanno l’abitudine di emigrare in cerca di case più accoglienti.

E il gioco, come si suol dire, vale la candela, visto che la dura fatica è ripagata con un ottimo miele prodotto con metodi naturali (certo, pur sempre in una città inquinata…) e il progetto ha avvicinato nuove persone a uno stile di vita più slow e attento alla natura.

L’idea deve aver affascinato anche la direzione di uno dei più famosi hotel di New York, il Waldorf-Astoria, il cui tetto è diventato la dimora di 300 mila api che qui hanno scelto di vivere e riprodursi, impollinando gli alberi che sbucano tra i grattacieli.

Le arnie bianche sono visibili da alcune delle stanze dell’hotel e gli ospiti che lo desiderano possono prenotare una visita guidata. Anche perché poter offrire una ricca colazione con tanto di miele prodotto in casa è un vero lusso a cinque stelle.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[A New York può succedere di tutto. Che cosa ci fanno, ad esempio, centinaia di arnie sui tetti delle case della Grande Mela? Nonostante suoni quantomeno bizzarro, si coltiva il miele; tutto merito dell’ultima grande passione dei newyorkesi, l’apicoltura metropolitana.

Tutto ebbe inizio nel 2010, quando l’amministrazione della città eliminò il bando che proibiva l’allevamento delle api da miele, l’innocua specie apis mellifera. Via libera, quindi, alle arnie cittadine, che hanno cominciato a proliferare sui rooftop dei palazzi neyorkesi, tanto che oggi se ne contano oltre quattrocento.

Un fenomeno in crescita e una tendenza considerata cool, oltre che sana ed ecosostenibile, che ha dato vita a club ufficiali di apicoltura e a un vero e proprio festival, il New York City Honey Festival, tenutosi lo scorso settembre.

Certo non è mancato qualche imprevisto: è capitato di non riuscire a tenere a bada qualche sciame poco incline all’ubbidienza ed è stato necessario placare gli animi di vicini poco consenzienti, ma nel complesso l’amministrazione di New York non si è pentita della propria decisione. I pochi incidenti registrati dalla liberalizzazione delle arnie sono giudicati colpa di apicoltori inesperti che non sanno mantenere in buono stato le loro colonie. E le api, se non si trovano bene, hanno l’abitudine di emigrare in cerca di case più accoglienti.

E il gioco, come si suol dire, vale la candela, visto che la dura fatica è ripagata con un ottimo miele prodotto con metodi naturali (certo, pur sempre in una città inquinata…) e il progetto ha avvicinato nuove persone a uno stile di vita più slow e attento alla natura.

L’idea deve aver affascinato anche la direzione di uno dei più famosi hotel di New York, il Waldorf-Astoria, il cui tetto è diventato la dimora di 300 mila api che qui hanno scelto di vivere e riprodursi, impollinando gli alberi che sbucano tra i grattacieli.

Le arnie bianche sono visibili da alcune delle stanze dell’hotel e gli ospiti che lo desiderano possono prenotare una visita guidata. Anche perché poter offrire una ricca colazione con tanto di miele prodotto in casa è un vero lusso a cinque stelle.
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		<title>Nell’orto come gli antichi romani</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/come-gli-antichi-romani/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 08:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Green Life @it]]></category>

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			<description><![CDATA[Achillea, Nepitella, Santoreggia. Capita d’imbattersi in piante insolite visitando Hortus Urbis, nato nel 2012 in un’area verde non utilizzata nel parco dell’Appia Antica, a Roma. Piante il cui uso e le cui proprietà sono per lo più ignote ai romani di oggi, ma che erano invece conosciutissime e coltivate dai loro progenitori di 2.000 anni fa.

E che, senza voler andare troppo lontano dal vero, probabilmente venivano smerciate verso i quattro angoli del mondo allora conosciuto passando proprio da quell’antica via Appia dove oggi è sorto l’orto didattico voluto da Zappata Romana e dal Parco dell’Appia Antica – sedici grandi aiuole quadrate dove vengono coltivate una selezione di piante utilizzate ai tempi dell’antica Roma.

Sono circa 65 le varietà di piante selezionate, scovate “spulciando” tra le opere di Columella, Plinio il Vecchio, Catone e Virgilio, o lasciandosi ispirare dalle scoperte degli scavi di Pompei.

Ci sono l’achillea, chiamata dagli antichi abitanti della Urbis herba militaris perché non c’era centurione che non ne portasse un ramo con sé prima di affrontare un combattimento; la borragine, usata per decorare le case delle novelle spose come simbolo ben augurale; l’issopo, per combattere i pidocchi; la malva, di cui era ghiotto Cicerone, e la lattuga, con cui fu curato Augusto. E ancora le margherite pratoline, il succo della cui spremitura veniva utilizzato per tamponare le ferite da taglio dei legionari, i narcisi, le bocche di leone, i giacinti e le viole.

Un orto didattico e di ricerca, ma con una grande vocazione alla condivisione, perché a coltivarlo sono chiamati volontari del quartiere e associazioni. È grazie al loro lavoro costante che, oltre alle aiuole, sono stati realizzati anche una compostiera, un forno in terra cruda, una pergola e un impianto d’irrigazione. E in progetto c’è anche l’idea di realizzare un’area per l’allevamento dei lombrichi, un semenzaio e un frutteto con alberi da frutto antichi.

L’ Hortus Urbis è aperto ai bambini, con laboratori tutte le domeniche mattina, attività ad hoc per le scuole durante la settimana e incontri e corsi di avvicinamento al verde e a uno stile di vita sostenibile per gli adulti.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Achillea, Nepitella, Santoreggia. Capita d’imbattersi in piante insolite visitando Hortus Urbis, nato nel 2012 in un’area verde non utilizzata nel parco dell’Appia Antica, a Roma. Piante il cui uso e le cui proprietà sono per lo più ignote ai romani di oggi, ma che erano invece conosciutissime e coltivate dai loro progenitori di 2.000 anni fa.

E che, senza voler andare troppo lontano dal vero, probabilmente venivano smerciate verso i quattro angoli del mondo allora conosciuto passando proprio da quell’antica via Appia dove oggi è sorto l’orto didattico voluto da Zappata Romana e dal Parco dell’Appia Antica – sedici grandi aiuole quadrate dove vengono coltivate una selezione di piante utilizzate ai tempi dell’antica Roma.

Sono circa 65 le varietà di piante selezionate, scovate “spulciando” tra le opere di Columella, Plinio il Vecchio, Catone e Virgilio, o lasciandosi ispirare dalle scoperte degli scavi di Pompei.

Ci sono l’achillea, chiamata dagli antichi abitanti della Urbis herba militaris perché non c’era centurione che non ne portasse un ramo con sé prima di affrontare un combattimento; la borragine, usata per decorare le case delle novelle spose come simbolo ben augurale; l’issopo, per combattere i pidocchi; la malva, di cui era ghiotto Cicerone, e la lattuga, con cui fu curato Augusto. E ancora le margherite pratoline, il succo della cui spremitura veniva utilizzato per tamponare le ferite da taglio dei legionari, i narcisi, le bocche di leone, i giacinti e le viole.

Un orto didattico e di ricerca, ma con una grande vocazione alla condivisione, perché a coltivarlo sono chiamati volontari del quartiere e associazioni. È grazie al loro lavoro costante che, oltre alle aiuole, sono stati realizzati anche una compostiera, un forno in terra cruda, una pergola e un impianto d’irrigazione. E in progetto c’è anche l’idea di realizzare un’area per l’allevamento dei lombrichi, un semenzaio e un frutteto con alberi da frutto antichi.

L’ Hortus Urbis è aperto ai bambini, con laboratori tutte le domeniche mattina, attività ad hoc per le scuole durante la settimana e incontri e corsi di avvicinamento al verde e a uno stile di vita sostenibile per gli adulti.
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		<title>I wine bar di Berlino</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/i-wine-bar-di-berlino/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 08:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[World Bulletin @it]]></category>

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			<description><![CDATA[Basta con i boccali di birra al frumento e le braciole di maiale affumicate. Se doveste capitare a a Berlino, sappiate che nella capitale tedesca le birrerie dall’aria vissuta hanno da tempo perso il loro fascino. Da qualche anno a questa parte, i berlinesi hanno scoperto il vino e amano sorseggiarlo accompagnato da piatti d’alta cucina.

Ma c’è di più: i tedeschi, il vino, hanno anche imparato a produrselo da soli, e i risultati sono a dir poco soddisfacenti – tanto che il Riesling prodotto nella regione della Mosella è stato considerato dal Wine Spectator fra i migliori al mondo. Se fino a poco tempo fa i vini made in Germany erano snobbati, oggi i ristoranti berlinesi di grido offrono spesso ai loro ospiti una carta dei vini ampia e molto varia, che non dimentica i produttori locali e quelli emergenti.

Per farvi un’idea di questa cultura relativamente nuova, potete partire da Weinstein, il più vecchio wine restaurant dell’ex-Berlino Est. I locale si trova in Lychener Strasse e, a dire la verità, quando aprì non era che una semplice enoteca di poche pretese. Ma non appena la gastronomia tedesca ha cominciato a farsi spazio nell’Olimpo delle cucine più rinomate del mondo, ha saputo ricollocarsi trasformandosi in un ricercato eno-ristorante, dove si beve bene e le materie prime in cucina sono scelte con attenzione al chilometro zero.

Da Rutz (nella foto), winebar in pieno Mitte, si può scegliere tra più di 850 etichette, per lo più tedesche, che accompagnano piatti della cucina tedesca alleggeriti e rivisitati con un tocco contemporaneo.

Molto popolari fra i giovani berlinesi sono le Weinerei, enoteche “pay-what-you-want” che hanno alla base l’idea di servire vino a prezzi popolari, come una volta. Nate una decina d’anni fa da un’umile tradizione di amanti del vino, attraggono in egual misura berlinesi e turisti, oltre a una certa quantità di viaggiatori ventenni dal portafoglio leggero. Alla base c’è un “sistema di onore e di condivisione”, che permette di bere e di mangiare a sazietà per poi decidere di pagare quello che si ritiene giusto. Inutile dire che in Italia non potrebbero mai funzionare…
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Basta con i boccali di birra al frumento e le braciole di maiale affumicate. Se doveste capitare a a Berlino, sappiate che nella capitale tedesca le birrerie dall’aria vissuta hanno da tempo perso il loro fascino. Da qualche anno a questa parte, i berlinesi hanno scoperto il vino e amano sorseggiarlo accompagnato da piatti d’alta cucina.

Ma c’è di più: i tedeschi, il vino, hanno anche imparato a produrselo da soli, e i risultati sono a dir poco soddisfacenti – tanto che il Riesling prodotto nella regione della Mosella è stato considerato dal Wine Spectator fra i migliori al mondo. Se fino a poco tempo fa i vini made in Germany erano snobbati, oggi i ristoranti berlinesi di grido offrono spesso ai loro ospiti una carta dei vini ampia e molto varia, che non dimentica i produttori locali e quelli emergenti.

Per farvi un’idea di questa cultura relativamente nuova, potete partire da Weinstein, il più vecchio wine restaurant dell’ex-Berlino Est. I locale si trova in Lychener Strasse e, a dire la verità, quando aprì non era che una semplice enoteca di poche pretese. Ma non appena la gastronomia tedesca ha cominciato a farsi spazio nell’Olimpo delle cucine più rinomate del mondo, ha saputo ricollocarsi trasformandosi in un ricercato eno-ristorante, dove si beve bene e le materie prime in cucina sono scelte con attenzione al chilometro zero.

Da Rutz (nella foto), winebar in pieno Mitte, si può scegliere tra più di 850 etichette, per lo più tedesche, che accompagnano piatti della cucina tedesca alleggeriti e rivisitati con un tocco contemporaneo.

Molto popolari fra i giovani berlinesi sono le Weinerei, enoteche “pay-what-you-want” che hanno alla base l’idea di servire vino a prezzi popolari, come una volta. Nate una decina d’anni fa da un’umile tradizione di amanti del vino, attraggono in egual misura berlinesi e turisti, oltre a una certa quantità di viaggiatori ventenni dal portafoglio leggero. Alla base c’è un “sistema di onore e di condivisione”, che permette di bere e di mangiare a sazietà per poi decidere di pagare quello che si ritiene giusto. Inutile dire che in Italia non potrebbero mai funzionare…
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		<title>Fusione fredda: sempre più vicina?</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/fusione-fredda/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 08:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Technology @it]]></category>

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			<description><![CDATA[Era il 18 aprile del 2011 quando, anche su Slowear Journal, annunciavamo l’esito positivo di un test sulla fusione fredda effettuato a Bologna dall’ingegner Andrea Rossi.

A poco più di due anni di distanza, ecco una nuova conferma: secondo un commento comparso sul Journal of Nuclear Physicsalcuni test indipendenti pronti per essere pubblicati dimostrerebbero l’efficacia del dispositivo messo a punto da Rossi.

I test sarebbero stati svolti in totale autonomia su trereattori da 11 persone – esperti e professori di fisica – provenienti da quattro Università di Paesi diversi.

Pur dichiarandosi soddisfatto, l’ingegner Rossi ha dichiarato di non voler ancora diffondere i dati, che saranno pubblicati a breve. Attendiamo speranzosi novità importanti per quella che potrebbe essere una vera e propria rivoluzione energetica globale.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Era il 18 aprile del 2011 quando, anche su Slowear Journal, annunciavamo l’esito positivo di un test sulla fusione fredda effettuato a Bologna dall’ingegner Andrea Rossi.

A poco più di due anni di distanza, ecco una nuova conferma: secondo un commento comparso sul Journal of Nuclear Physicsalcuni test indipendenti pronti per essere pubblicati dimostrerebbero l’efficacia del dispositivo messo a punto da Rossi.

I test sarebbero stati svolti in totale autonomia su trereattori da 11 persone – esperti e professori di fisica – provenienti da quattro Università di Paesi diversi.

Pur dichiarandosi soddisfatto, l’ingegner Rossi ha dichiarato di non voler ancora diffondere i dati, che saranno pubblicati a breve. Attendiamo speranzosi novità importanti per quella che potrebbe essere una vera e propria rivoluzione energetica globale.
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		<title>Ossessione in tazzina</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/ossessione-in-tazzina/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 08:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Food & Leisure]]></category>

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			<description><![CDATA[Da qualche anno a questa parte, i neyorkesi sembrano letteralmente impazziti per il caffè preparato come tradizione comanda. O almeno così sembrerebbe, vista la continua corsa delle più importanti aziende mondiali per accaparrarsi locali in ottime posizione nei quartieri più cool della città dove aprire torrefazioni, coffee store e bar d’alto lignaggio.



L’ultimo marchio arrivato nella Grande Mela si chiama Toby’s Estate e sbarca direttamente da Sidney, in Australia, dove è stato fondato nel 1998. In un arioso ex-magazzino di deposito delle carni di Williamsburg, Brooklyn, è nata una torrefazione dove il caffè si beve fragrante e profumato perché viene macinato direttamente al bar dal chicco integro.

Si può scegliere la miscela che si preferisce tra una buona varietà di caffè provenienti da Kenya, Costa Rica, Guatemala e Brasile. Gli intenditori possono addirittura creare ad hoc il loro espresso perfetto – un’arte che lsi può imparare frequentando il laboratorio di formazione per clienti e appassionati.



Il locale è decisamente accogliente, dominato dal legno grezzo utilizzato per le pavimentazioni e le librerie ai due lati del bancone, dove fanno bella mostra di sé scatole di metallo contenenti caffè, macinacaffè di tutte le fogge e le epoche e libri a tema.

Da Toby’s Estate, oltre al caffè, vale la pena di assaggiare i dolci Australian-style, comfort food per eccellenza.


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					<content:encoded><![CDATA[Da qualche anno a questa parte, i neyorkesi sembrano letteralmente impazziti per il caffè preparato come tradizione comanda. O almeno così sembrerebbe, vista la continua corsa delle più importanti aziende mondiali per accaparrarsi locali in ottime posizione nei quartieri più cool della città dove aprire torrefazioni, coffee store e bar d’alto lignaggio.



L’ultimo marchio arrivato nella Grande Mela si chiama Toby’s Estate e sbarca direttamente da Sidney, in Australia, dove è stato fondato nel 1998. In un arioso ex-magazzino di deposito delle carni di Williamsburg, Brooklyn, è nata una torrefazione dove il caffè si beve fragrante e profumato perché viene macinato direttamente al bar dal chicco integro.

Si può scegliere la miscela che si preferisce tra una buona varietà di caffè provenienti da Kenya, Costa Rica, Guatemala e Brasile. Gli intenditori possono addirittura creare ad hoc il loro espresso perfetto – un’arte che lsi può imparare frequentando il laboratorio di formazione per clienti e appassionati.



Il locale è decisamente accogliente, dominato dal legno grezzo utilizzato per le pavimentazioni e le librerie ai due lati del bancone, dove fanno bella mostra di sé scatole di metallo contenenti caffè, macinacaffè di tutte le fogge e le epoche e libri a tema.

Da Toby’s Estate, oltre al caffè, vale la pena di assaggiare i dolci Australian-style, comfort food per eccellenza.


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<img>http://www.slowear.com/wp-content/uploads/2013/04/toby_estate.jpg</img>
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		<title>Dog interiors</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/dog-interiors/</link>
		<comments>http://www.slowear.com/it/dog-interiors/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 08:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[World Bulletin @it]]></category>

		<guid isPermaLink="false"></guid>
			<description><![CDATA[Tredici idee di interior design applicato alle esigenze dei migliori amici dell’uomo. Proprio così – cucce di design per cani, un’idea bizzarra, innovativa e soprendente che arriva, guardacaso, dal Giappone.

ll progetto si chiama Architecture For Dogs ed è statopresentato all’ultima edizione del Miami Design District. Più che cucce, si tratta di veri e propri oggetti di design, pensati prima di tutto per migliorare la relazione cane/padrone e – perchè no – per aggiungere uno spazio giocoso e low-tech alla propria casa.

Alcuni esempi: un cuscino riccioluto con tunnel dedicato al Bichon Frisé; una casetta che ricorda l’arca di Noè con guinzaglio per il Beagle; una mini-serra con piante ma senza vetri per il Boston Terrier; un’amaca stagionale per il Jack Russell Terrier (d’inverno la struttura si completa con un maglione, d’estate con una T-shirt e così via).

Il curatore Kenya Hara, sull’onda dell’incredibile successo ottenuto dal progetto, ha già dichiarato un possibile bis, questa volta concentrato sulle razze di grossa taglia – mentre per la scorsa edizione i protagonisti erano i cani d’appartamento più comuni in America.

Il legame con gli Stati Uniti rispecchia la visione gobale di Architecture For Dogs, che aspira a superare i confini dell’Asia – e c’è da scommettere che ci riuscirà. L’altra peculiarità del progetto è che si tratta di design open source – dal sito è possibile scaricare gratuitamente le istruzioni per costruire ciascuna delle tredici cucce.

Se l’idea v’incuriosisce, seguite l’hashtag #AforD su Twitter per restare informati sulla prossima presentazione – l’unica mostra dove anche i cani potranno entrare!
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Tredici idee di interior design applicato alle esigenze dei migliori amici dell’uomo. Proprio così – cucce di design per cani, un’idea bizzarra, innovativa e soprendente che arriva, guardacaso, dal Giappone.

ll progetto si chiama Architecture For Dogs ed è statopresentato all’ultima edizione del Miami Design District. Più che cucce, si tratta di veri e propri oggetti di design, pensati prima di tutto per migliorare la relazione cane/padrone e – perchè no – per aggiungere uno spazio giocoso e low-tech alla propria casa.

Alcuni esempi: un cuscino riccioluto con tunnel dedicato al Bichon Frisé; una casetta che ricorda l’arca di Noè con guinzaglio per il Beagle; una mini-serra con piante ma senza vetri per il Boston Terrier; un’amaca stagionale per il Jack Russell Terrier (d’inverno la struttura si completa con un maglione, d’estate con una T-shirt e così via).

Il curatore Kenya Hara, sull’onda dell’incredibile successo ottenuto dal progetto, ha già dichiarato un possibile bis, questa volta concentrato sulle razze di grossa taglia – mentre per la scorsa edizione i protagonisti erano i cani d’appartamento più comuni in America.

Il legame con gli Stati Uniti rispecchia la visione gobale di Architecture For Dogs, che aspira a superare i confini dell’Asia – e c’è da scommettere che ci riuscirà. L’altra peculiarità del progetto è che si tratta di design open source – dal sito è possibile scaricare gratuitamente le istruzioni per costruire ciascuna delle tredici cucce.

Se l’idea v’incuriosisce, seguite l’hashtag #AforD su Twitter per restare informati sulla prossima presentazione – l’unica mostra dove anche i cani potranno entrare!
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		<title>Rifugio nella Medina</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/rifugio-nella-medina/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 08:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Food & Leisure]]></category>

		<guid isPermaLink="false"></guid>
			<description><![CDATA[Motorini, biciclette, carretti trainati dai muli, e poi mercati e stradine brulicanti di vita. La Medina di Marrakech è un piccolo universo che vive, giorno e notte, dell’incanto di voci, odori e colori. Un universo affascinante, ma anche caotico e capace di confondere e disorientare chi vi si trova immerso per la prima volta.

Difficile immaginare che, nell’intrico dei vicoli, dietro una porta di legno intarsiata, possa nascondersi un luogo tranquillo e piacevole come I Limoni Cafe  Restaurant. Una sorta di mondo inaspettato, un angolo di relax dal gusto vintage e con un tocco di design moderno.

Il patio ombreggiato dai limoni, la musica che scende dalle terrazze assolate e, sorpresa nella sorpresa, il profumo della cucina italiana. Perché ai Limoni, nel cuore antico di Marrakech, si possono assaggiare i piatti della tradizione toscana di pesce e di carne, ma anche un semplice club sandwich con contorno di patatine croccanti – una fusione spiazzante quanto geniale.

Il tutto è accompagnato da una selezione musicale che, dalle 11,30 del mattino fino a mezzanotte, accompagna il pranzo, l’aperitivo e la cena con la miglior musica del passato e del presente.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Motorini, biciclette, carretti trainati dai muli, e poi mercati e stradine brulicanti di vita. La Medina di Marrakech è un piccolo universo che vive, giorno e notte, dell’incanto di voci, odori e colori. Un universo affascinante, ma anche caotico e capace di confondere e disorientare chi vi si trova immerso per la prima volta.

Difficile immaginare che, nell’intrico dei vicoli, dietro una porta di legno intarsiata, possa nascondersi un luogo tranquillo e piacevole come I Limoni Cafe  Restaurant. Una sorta di mondo inaspettato, un angolo di relax dal gusto vintage e con un tocco di design moderno.

Il patio ombreggiato dai limoni, la musica che scende dalle terrazze assolate e, sorpresa nella sorpresa, il profumo della cucina italiana. Perché ai Limoni, nel cuore antico di Marrakech, si possono assaggiare i piatti della tradizione toscana di pesce e di carne, ma anche un semplice club sandwich con contorno di patatine croccanti – una fusione spiazzante quanto geniale.

Il tutto è accompagnato da una selezione musicale che, dalle 11,30 del mattino fino a mezzanotte, accompagna il pranzo, l’aperitivo e la cena con la miglior musica del passato e del presente.
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		<title>Crea la tua storia Slow</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/una-storia-slow/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 08:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Slowear News @it]]></category>

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			<description><![CDATA[Che cos’è lo slow lifestyle? Come si traducono, nella vita di tutti i giorni, l’attenzione al dettaglio e alla qualità, il pensiero meditato e mai banale, l’artigianalità, il rispetto per chi crea e per chi consuma?

Slowear ha deciso di lanciare una sfida a tutti i suoi estimatori: trasformare la propria idea di slow lifestyle in una sceneggiatura, per partecipare alla creazione di un cortometraggio professionale.

Perché un cortometraggio? Perché l’immagine in movimento resta il linguaggio più immediato, affascinante e contemporaneo di cui disponiamo. Perché spesso poche sequenze d’immagini riescono a comunicare un’idea o un’emozione meglio di mille parole.

Se siete convinti che il consumismo sia superato e il futuro sia Slow, registratevi qui e, dal 1 maggio al 30 giugno, potrete comporre la vostra sceneggiatura con SlowearStoryMaker, uno strumento semplice e divertente.

Non serve essere esperti di cinema, basta aver compreso profondamente lo slow lifestyle ed essere armati della giusta dose di creatività. Una giuria internazionale di esperti di Domus Academy, IULM e Naba selezionerà la sceneggiatura più interessante, che sarà trasformata in un corto professionale.

Il video sarà diffuso da settembre in tutto il mondo tramite la rete globale di Slowear e dei suoi partner. L’autore e i suoi amici potranno partecipare come attori.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Che cos’è lo slow lifestyle? Come si traducono, nella vita di tutti i giorni, l’attenzione al dettaglio e alla qualità, il pensiero meditato e mai banale, l’artigianalità, il rispetto per chi crea e per chi consuma?

Slowear ha deciso di lanciare una sfida a tutti i suoi estimatori: trasformare la propria idea di slow lifestyle in una sceneggiatura, per partecipare alla creazione di un cortometraggio professionale.

Perché un cortometraggio? Perché l’immagine in movimento resta il linguaggio più immediato, affascinante e contemporaneo di cui disponiamo. Perché spesso poche sequenze d’immagini riescono a comunicare un’idea o un’emozione meglio di mille parole.

Se siete convinti che il consumismo sia superato e il futuro sia Slow, registratevi qui e, dal 1 maggio al 30 giugno, potrete comporre la vostra sceneggiatura con SlowearStoryMaker, uno strumento semplice e divertente.

Non serve essere esperti di cinema, basta aver compreso profondamente lo slow lifestyle ed essere armati della giusta dose di creatività. Una giuria internazionale di esperti di Domus Academy, IULM e Naba selezionerà la sceneggiatura più interessante, che sarà trasformata in un corto professionale.

Il video sarà diffuso da settembre in tutto il mondo tramite la rete globale di Slowear e dei suoi partner. L’autore e i suoi amici potranno partecipare come attori.
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		<title>Gourmet alla marsigliese</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/gourmet-alla-marsigliese/</link>
		<comments>http://www.slowear.com/it/gourmet-alla-marsigliese/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 08:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Food & Leisure]]></category>

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			<description><![CDATA[Dumas amava ripetere che Marsiglia è il punto d’incontro di tutto il mondo. Città eclettica e cosmopolita, sembra vivere oggi una seconda giovinezza. Dimenticati gli anni un po’ bui in cui faceva paura perché considerata poco sicura, è oggi una meta piena di posti da vedere e di cose interessanti da fare.

Anche se non ha perso, per fortuna, il suo fascino da bel marinaio. O, se preferite, da pirata del Mediterraneo. Per innamorarsene perdutamente basta fare un giro al Porto Vecchio, un luogo pittoresco e colorato, perfetto per godersi il tramonto sorseggiando un bicchiere di vino bianco. Non per nulla, qui ristoranti e locali abbondano.

Fra tutti, ne abbiamo scelto uno un po’ fuori dai classici schemi – niente stile provenzale, per intenderci, né reti da pesca appese alle pareti, ma un ambiente moderno che propone una cucina raffinata di pesce (freschissimo). Si chiama Une Table au Sud e, in effetti, la location è spettacolare, perché si mangia guardando il mare dalle grandi pareti di vetro, direttamente su una banchina del vecchio porto. A capo del bastimento c’è lo chef Lionel Lévy, ex enfant prodige formatosi con Alain Ducasse, che non ha perso il tocco magico e neppure la voglia di divertirsi, sovvertendo con ironia qualche certezza della cucina francese.

I suoi piatti cambiano a discrezione del Maestrale che decide le sorti della pesca giornaliera e anche dell’umore dello chef. L’ispirazione viene dal sud, quindi porte aperte alle spezie che, in una città multietnica come Marsiglia, non mancano di certo.

Si può iniziare con un carpaccio di Saint Jacques con yogurt e agrumi, continuare con il piatto forte – ovvero il pescato del giorno accompagnato da carciofi e rabarbaro – per poi finire con una classica Poire Belle Hélène. Ovviamente rivisitata.
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					<content:encoded><![CDATA[Dumas amava ripetere che Marsiglia è il punto d’incontro di tutto il mondo. Città eclettica e cosmopolita, sembra vivere oggi una seconda giovinezza. Dimenticati gli anni un po’ bui in cui faceva paura perché considerata poco sicura, è oggi una meta piena di posti da vedere e di cose interessanti da fare.

Anche se non ha perso, per fortuna, il suo fascino da bel marinaio. O, se preferite, da pirata del Mediterraneo. Per innamorarsene perdutamente basta fare un giro al Porto Vecchio, un luogo pittoresco e colorato, perfetto per godersi il tramonto sorseggiando un bicchiere di vino bianco. Non per nulla, qui ristoranti e locali abbondano.

Fra tutti, ne abbiamo scelto uno un po’ fuori dai classici schemi – niente stile provenzale, per intenderci, né reti da pesca appese alle pareti, ma un ambiente moderno che propone una cucina raffinata di pesce (freschissimo). Si chiama Une Table au Sud e, in effetti, la location è spettacolare, perché si mangia guardando il mare dalle grandi pareti di vetro, direttamente su una banchina del vecchio porto. A capo del bastimento c’è lo chef Lionel Lévy, ex enfant prodige formatosi con Alain Ducasse, che non ha perso il tocco magico e neppure la voglia di divertirsi, sovvertendo con ironia qualche certezza della cucina francese.

I suoi piatti cambiano a discrezione del Maestrale che decide le sorti della pesca giornaliera e anche dell’umore dello chef. L’ispirazione viene dal sud, quindi porte aperte alle spezie che, in una città multietnica come Marsiglia, non mancano di certo.

Si può iniziare con un carpaccio di Saint Jacques con yogurt e agrumi, continuare con il piatto forte – ovvero il pescato del giorno accompagnato da carciofi e rabarbaro – per poi finire con una classica Poire Belle Hélène. Ovviamente rivisitata.
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		<title>Design nordico, relax mediterraneo</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/design-nordico/</link>
		<comments>http://www.slowear.com/it/design-nordico/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 08:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Arts & Culture]]></category>

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			<description><![CDATA[Linee pulite, colori chiari e materiali naturali. In altre parole, design nordico. È quello di

Gloster, marchio danese, e delle sue collezioni di arredi per l’esterno, tutte in teak, un legno resistente e adatto a ogni tipo di intemperie.

Poi ci sono l’acciaio inossidabile, l’alluminio e i tessuti lavorati e combinati tra loro per dare vita a sedute, tavoli, chaise longue e divanetti nati per restare all’aria aperta tutto l’anno.



Dansk, dei designer Povl Eskildsen  Phillip Behrens, è un tris di arredi- Lounge Chair, Coffee Table e Side Table – dalle linee morbide che ricordano vagamente quelle degli anni ’60, ma decisamente tecnologici per la scelta dei materiali e del colore – rigorosamente bianco.

È tutta giocata sugli intrecci, invece, la collezione Source, disegnata da Mathias Hoffmann. L’avvolgente struttura del divano componibile, arricchita da morbidi cuscini grandi e piccoli, è in metallo bianco, un vero invito alla siesta.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Linee pulite, colori chiari e materiali naturali. In altre parole, design nordico. È quello di

Gloster, marchio danese, e delle sue collezioni di arredi per l’esterno, tutte in teak, un legno resistente e adatto a ogni tipo di intemperie.

Poi ci sono l’acciaio inossidabile, l’alluminio e i tessuti lavorati e combinati tra loro per dare vita a sedute, tavoli, chaise longue e divanetti nati per restare all’aria aperta tutto l’anno.



Dansk, dei designer Povl Eskildsen  Phillip Behrens, è un tris di arredi- Lounge Chair, Coffee Table e Side Table – dalle linee morbide che ricordano vagamente quelle degli anni ’60, ma decisamente tecnologici per la scelta dei materiali e del colore – rigorosamente bianco.

È tutta giocata sugli intrecci, invece, la collezione Source, disegnata da Mathias Hoffmann. L’avvolgente struttura del divano componibile, arricchita da morbidi cuscini grandi e piccoli, è in metallo bianco, un vero invito alla siesta.
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		<title>Un sogno a energia solare</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/un-sogno-a-energia-solare/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Apr 2013 08:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Green Life @it]]></category>

		<guid isPermaLink="false"></guid>
			<description><![CDATA[Un’impresa apparentemente impossibile: fare il giro del mondo su un velivolo alimentato completamente a energia solare, per vincere la sfida di rendersi indipendenti dai combustibili fossili.

L’idea comincia ad affacciarsi nel 1999 grazie al giramondo di professione Bertrand Piccard. Nato da una famiglia di record – il padre era famoso per aver toccato il punto più profondo dell’oceano negli anni Sessanta – Bertrand inizia a coltivare il sogno dopo la fine del suo giro del mondo in mongolfiera. Accortosi che la scorta di gas propano gli è stata a malapena sufficiente, decide di provare una nuova strada: volare senza benzina e senza produrre emissioni di CO2.

A distanza di qualche mese, la squadra è pronta per iniziare a lavorare a un prototipo di velivolo che non pesi più di un’automobile ma con un’apertura alare pari a quella di un Airbus A340. Per coinvolgere il pubblico nell’iniziativa e raccogliere fondi, Piccard lancia il programma Join the challenge: chi vuole sostenere il progetto può adottare una cellula fotovoltaica e – a seconda dell’entità della donazione – sceglierne la posizione all’interno dell’ala e farvi incidere il proprio nome.

Solarimpulse – così è stato battezzato l’aeroplano – è una sfida tecnologica, ma prima ancora culturale. Come ha detto lo stesso Piccard durante il suo discorso alla TED Conference: “quando avremo fatto il giro del mondo senza usare una goccia di benzina, allora la gente non potrà più dire ‘è impossibile’. Invece è possibile, possiamo vivere senza petrolio: macchine, aerei, sistemi di riscaldamento, computer, tutto solo con energia rinnovabile”.

Il 1° maggio avrà inizio Across America, una missione-prova con voli di esercitazione via via più lunghi per testare l’effettiva autonomia del mezzo e la sua resistenza alle condizioni atmosferiche.  Per seguire in diretta la mappa di volo online basta andare sul sito ufficiale e sperare che Solarimpulse raggiunga la prossima alba più veloce delle tenebre.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Un’impresa apparentemente impossibile: fare il giro del mondo su un velivolo alimentato completamente a energia solare, per vincere la sfida di rendersi indipendenti dai combustibili fossili.

L’idea comincia ad affacciarsi nel 1999 grazie al giramondo di professione Bertrand Piccard. Nato da una famiglia di record – il padre era famoso per aver toccato il punto più profondo dell’oceano negli anni Sessanta – Bertrand inizia a coltivare il sogno dopo la fine del suo giro del mondo in mongolfiera. Accortosi che la scorta di gas propano gli è stata a malapena sufficiente, decide di provare una nuova strada: volare senza benzina e senza produrre emissioni di CO2.

A distanza di qualche mese, la squadra è pronta per iniziare a lavorare a un prototipo di velivolo che non pesi più di un’automobile ma con un’apertura alare pari a quella di un Airbus A340. Per coinvolgere il pubblico nell’iniziativa e raccogliere fondi, Piccard lancia il programma Join the challenge: chi vuole sostenere il progetto può adottare una cellula fotovoltaica e – a seconda dell’entità della donazione – sceglierne la posizione all’interno dell’ala e farvi incidere il proprio nome.

Solarimpulse – così è stato battezzato l’aeroplano – è una sfida tecnologica, ma prima ancora culturale. Come ha detto lo stesso Piccard durante il suo discorso alla TED Conference: “quando avremo fatto il giro del mondo senza usare una goccia di benzina, allora la gente non potrà più dire ‘è impossibile’. Invece è possibile, possiamo vivere senza petrolio: macchine, aerei, sistemi di riscaldamento, computer, tutto solo con energia rinnovabile”.

Il 1° maggio avrà inizio Across America, una missione-prova con voli di esercitazione via via più lunghi per testare l’effettiva autonomia del mezzo e la sua resistenza alle condizioni atmosferiche.  Per seguire in diretta la mappa di volo online basta andare sul sito ufficiale e sperare che Solarimpulse raggiunga la prossima alba più veloce delle tenebre.
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		<title>Bistrot alla milanese</title>
		<link>http://www.slowear.com/it/bistrot-alla-milanese/</link>
		<comments>http://www.slowear.com/it/bistrot-alla-milanese/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 17 Apr 2013 08:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Galvani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Slowear Journal]]></category>
		<category><![CDATA[Food & Leisure]]></category>

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			<description><![CDATA[Si chiama Corsia del Giardino ed è un tranquillo bistrot dal design raffinato (opera dell’architetto Nicola Gisonda) in pieno centro a –Milano, affacciato sul giardino del Museo Poldi Pezzoli. Ospitato negli ex-locali di una storica pasticceria milanese, si ripropone di offrire prodotti freschi e di qualità preparati ogni giorno, dalla colazione all’aperitivo.



La location è decisamente scenografica: il rapporto fra ambienti interni ed esterni, separati solo da ampie vetrate che fanno entrare la luce del giardino, già basta a creare l’atmosfera di una piccola oasi di pace in città.

La cucina dello chef Paolo Franchi è tutta orientata a un ritorno alla tradizione: sapori antichi resi attuali senza stravolgerli. Niente accostamenti azzardati, nulla di futuristico o di esotico, ma una grande passione per la semplicità.



Per l’aperitivo, tanto amato dai milanesi (dalle 18.00 alle 21.00), la proposta vira decisamente verso il finger food: stuzzichini caldi e freddi creati ad hoc e serviti al tavolo (per evitare la classica ressa al bancone) accompagnati da cocktail creativi e da una buona selezione di vini. 



Molto interessante anche l’isola dei dolci, prodotti dalla Pasticceria Staccoli di Cattolica: tra macarons, mignon e specialità di cioccolato c’è una grandissima varietà di proposte, anche per chi  soffre di intolleranze alimentari.



E che dire della merenda nella mai dimenticata sala da Tè, da assaporare con calma fra un sorso di tè e un mignon di pasticceria? Delizie d’altri tempi, verrebbe da dire. Ma in salsa design.
]]></description>
					<content:encoded><![CDATA[Si chiama Corsia del Giardino ed è un tranquillo bistrot dal design raffinato (opera dell’architetto Nicola Gisonda) in pieno centro a –Milano, affacciato sul giardino del Museo Poldi Pezzoli. Ospitato negli ex-locali di una storica pasticceria milanese, si ripropone di offrire prodotti freschi e di qualità preparati ogni giorno, dalla colazione all’aperitivo.



La location è decisamente scenografica: il rapporto fra ambienti interni ed esterni, separati solo da ampie vetrate che fanno entrare la luce del giardino, già basta a creare l’atmosfera di una piccola oasi di pace in città.

La cucina dello chef Paolo Franchi è tutta orientata a un ritorno alla tradizione: sapori antichi resi attuali senza stravolgerli. Niente accostamenti azzardati, nulla di futuristico o di esotico, ma una grande passione per la semplicità.



Per l’aperitivo, tanto amato dai milanesi (dalle 18.00 alle 21.00), la proposta vira decisamente verso il finger food: stuzzichini caldi e freddi creati ad hoc e serviti al tavolo (per evitare la classica ressa al bancone) accompagnati da cocktail creativi e da una buona selezione di vini. 



Molto interessante anche l’isola dei dolci, prodotti dalla Pasticceria Staccoli di Cattolica: tra macarons, mignon e specialità di cioccolato c’è una grandissima varietà di proposte, anche per chi  soffre di intolleranze alimentari.



E che dire della merenda nella mai dimenticata sala da Tè, da assaporare con calma fra un sorso di tè e un mignon di pasticceria? Delizie d’altri tempi, verrebbe da dire. Ma in salsa design.
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