
02.03.2012 / World Bulletin
Pranzo al tempio
Verdure dell’orto, deliziosi menù a quindici portate, presentazioni degne del miglior food stylist e tutto rigorosamemente meat-free – anche se le bistecche di fagioli, per aspetto e consistenza, potrebbero quasi passare per controfiletto.
Siamo a Seoul, in Corea del Sud, nel quartiere artistico di Insadong, dove i turisti vengono a cercare l’artigianato e le rinomate porcellane locali.
Proprio qui, di fronte al tempio buddhista di Jogyesa, c’è un piccolo ristorante dove si può assaggiare il cibo cucinato dalle monache (lo stesso che si consuma nel tempio) con i prodotti dell’orto coltivati da loro stesse o dagli agricoltori locali.
Ma non dovete immaginare pietanze pallide, “puntitive” o prive di sapore; per i monaci buddhisti, anche la cucina rientra fra le pratiche religiose, e va eseguita con cura e con amore, pur rispettando i principi di pulizia, frugalità e, naturalmente, rispetto assoluto per ogni forma di vita.
Dae Ahn, la monaca che dirige la cucina del Balwoo Gongyang (termine riferito al tradizionale pasto busshista servito nelle ciotole di legno), è una chef raffinata, i cui piatti attirano quotidianamente orde di foodie locali e internazionali – tant’è vero che la prenotazione è praticamente obbligatoria.
Veniamo al cibo: speziato, saporito e pieno di colore. Ci sono tre menù rigorsamente vegan composti da 10, 12 o addirittura 15 portate; quest’ultimo, quasi con ironia Zen, si chiama “Illuminazione”, ed è in grado riempire anche il più famelico dei carnivori (magari, chissà, convertendolo al vegetarianesimo, da cui il nome…).
Fra i piatti più curiosi e scenografici c’è il fior di loto – un vero fior di loto, aperto e disteso sul piatto – sul quale sono adagiate fettine di radici farcite di riso. Ma anche i piatti più semplici, come la zuppa di funghi shitake, i ravioli, i noodles di patate in brodo di piselli e l’insalata di deodeok (una radice che somiglia vagamente al ginseng) sono presentati con un’eleganza e un mininalismo tipicamente orientali.
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