L'Editoriale

L’architettura del cambiamento

L’architettura del cambiamento

Ai confini della foresta Amazzonica è nato un progetto che ha vinto un prestigioso premio internazionale concretizzando il più ambizioso degli obiettivi: cambiare la società (anche) con l’architettura

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giudici del RIBA Prize forse non immaginavano che, per vedere uno dei progetti della shortlist finale, sarebbero dovuti arrivare ai margini della Foresta Amazzonica, nel Brasile settentrionale, a qualche centinaio di chilometri a nord di Brasilia. Meno che mai immaginavano che proprio quel progetto sarebbe stato il vincitore di uno dei più importanti premi al mondo per l’architettura. Invece, proprio nel clima estremo di quella parte del mondo, hanno visto concretizzarsi la più grande ambizione dell’architettura: diventare strumento di cambiamento sociale.

Il Children Village è un complesso destinato a ospitare oltre 500 bambini fra i 13 e i 18 anni durante la settimana di scuola. Ciascuno di loro raggiunge il centro percorrendo strade lunghe e difficili, rese spesso impraticabili dal clima, siano piogge o temperature medie superiori ai 40°. La necessità è offrire un luogo che sia una “casa lontano da casa”, dove poter studiare e stare insieme, dormire in stanze confortevoli e condividere gli spazi di gioco e ricreazione. La premessa è il riconoscimento del valore dell’istruzione come volano per la crescita umana e professionale dei ragazzi, lavoro al quale si dedica dal 1956 la Bradesco Foundation, committente dell’opera, che negli anni ha accompagnato e assistito oltre 100.000 bambini nel loro percorso di istruzione, portando scuole e alloggi nelle zone più remote del Brasile.
Gli studi di architettura Aleph Zero e Rosenbaum hanno dato forma a questa ambizione e scelto una strada precisa, utilizzando materiali, forme e strutture proprie dell’architettura brasiliana tradizionale e le hanno modulate per rispondere alle esigenze specifiche del luogo.

  I due complessi che costituiscono il Children Village, identici e speculari, sono realizzati con materie prime locali lavorate con tecniche locali. Blocchi di terra sono stati lavorati a mano sul posto per diventare muri capaci di termoregolare gli ambienti in modo naturale. La struttura è composta di legno autoctono e risulta, anche a colpo d’occhio, familiare per la comunità che ospita e che la ospita, annullando il potenziale effetto negativo dell’impatto di una costruzione imponente sul paesaggio. 

Con “umile eroismo”, come ha sottolineato la giuria del premio, i progettisti hanno integrato nell’estetica contemporanea i materiali e gli insegnamenti della tradizione locale, mettendosi nei panni dei ragazzi e delle ragazze che avrebbero vissuto lo spazio ogni giorno e che avevano bisogno di sentirsi a proprio agio in un luogo vivo, da usare.

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