Miss Ellen Willmott era ricca. Ricchissima. Viveva in una nobile casa in quella che oggi è una riserva naturale a sud di Brentwood nell’Essex, Warley Place. Aveva ereditato un patrimonio ingente. Ma denaro e tesori non le bastavano, o, meglio, non le interessavano. C’era qualcosa che le interessava di più: le piante.

Piante da tutto il mondo, le più colorate, le più esotiche, tra cui quelle che profumavano di Italia come il castagno.

Nata nel 1858, fu membro influente della Royal Horticultural Society tanto da ricevere quella che fu la prima Victoria Medal of Honor assegnata dalla società agli orticoltori britannici residenti nel Regno Unito. Nella sua vita coltivò più di centomila specie e cultivar di piante: una delle sue attività preferite, infatti, fu il finanziamento di spedizioni progettate per scoprire nuove specie in luoghi remoti. Più di 60 piante hanno preso il nome da lei o dalla sua casa. Morì povera nel 1934, dopo aver speso tutto quello che aveva. Tutta la sua sterminata eredità spesa in piante.
Miss Ellen Willmott è stata un po’ tutti noi.

Oggi la passione per il gardening è in crescita, ma furono gli anni tra 800 e inizio 900 quelli dell’epoca d’oro del giardinaggio, quando la sete di scoperta muoveva squadre di studiosi e apriva la strada alle classificazioni scientifiche che usiamo ancora.

D’altra parte, la nostra mania di portare con noi specie da un posto all’altro ha radici lontane. «L’inizio della civiltà coincide con la capacità dell’essere umano di raccogliere quello che aveva attorno e coltivarlo», spiega Antonio Perazzi, botanico e paesaggista curatore artistico del festival del verde Radicepura. Il suo ultimo libro è La natura selvatica del giardino. Elogio delle erbacce (Einaudi, 2023). «Da qui è nato un sistema culturale globale che coincide con l’uso medicinale delle piante, con la stereotipia ayurvedica, e poi con le esplorazioni di Magellano, la scoperta dell’America e il colonialismo in Asia che è il punto di attrazione principale per l’Europa da sempre». Una zona, quella del Mediterraneo che è stata in perenne contaminazione, con specie che nei millenni sono state integrate: «l’olivo e il cipresso potrebbero provenire dal Medio Oriente», prosegue Perazzi. «O forse, come il carrubo, erano già presenti sul territorio e sono stati selezionati dagli arabi perché producessero frutti più grandi». D’altra parte, una pianta come l’olivo è diventata essenziale molto in fretta, se pensiamo che con il succo dei suoi frutti si produceva lo strumento numero uno per fare luce, con le lampade a olio.

«Gli spostamenti di piante, lungi dall'essere meri trasferimenti di materiale biologico, erano profondamente intrecciati con le dinamiche socioculturali», spiega Andrea Staid, antropologo e docente di antropologia culturale e visuale alla Naba di Milano, e autore del libro Essere Natura (Utet, 2022). «Migrazioni, commerci e conquiste non rappresentavano solo occasioni di movimento fisico, ma vettori di scambio culturale e biologico. Questo processo di "transizione culturale delle piante" non era unidirezionale, ma implicava una continua negoziazione e adattamento tra le specie introdotte e gli ecosistemi locali, nonché con le pratiche agricole preesistenti». A partire dalla coltivazione del grano: «La sua diffusione in Europa», prosegue Staid, «non fu un semplice atto di semina in nuovi territori, ma un complesso processo di ibridazione culturale che vide l'integrazione di nuove tecniche agricole, la trasformazione dei paesaggi agrari e la riorganizzazione delle economie locali.

Le conquiste militari, a loro volta, oltre all'annessione di territori e risorse, comportavano anche l'incontro-scontro tra differenti sistemi di conoscenza botanica, con la scoperta e l'introduzione di nuove specie che venivano integrate nei repertori locali». E così fu poi il periodo coloniale, dal 600 all’800: «Si parla di colonizzazione botanica», aggiunge Staid. «La creazione di piantagioni monoculturali di caffè, tè, zucchero, cotone e altre colture commerciali non fu solo un'operazione agricola, ma un progetto di ingegneria sociale che portò alla trasformazione dei paesaggi, alla riorganizzazione del lavoro e all'imposizione di nuovi sistemi di produzione».

E, così, agrumi e fico d’India, che provengono dall’Oriente, nel Mediterraneo hanno trovato condizioni in cui prosperare. La maggior parte delle piante di oggi sono frutto di un’ibridazione con cui i missionari che attraversavano il Levante hanno perfezionato le specie che portavano nei loro chiostri (quantomeno secondo la funzione per cui ci servivano, in natura avevano altri obiettivi).

«Da un lato c’erano uso e tradizione», aggiunge Perazzi. «Dall’altro la frenesia di catalogazione: può essere un bisogno umano, una moda o, oggi, la ricerca di una più efficace capacità scientifica di valutare la perdita di biodiversità. Scopriamo sempre nuove specie, ma la velocità della loro scomparsa supera la nostra nel classificarle». Così il naturalista italiano Odoardo Beccari partiva per il Borneo e descriveva i fiori più grandi del mondo. E oggi cerchiamo di “scoprire” nuove tipologie. “Scoperte” sì, ma solo dal mondo occidentale: i popoli nativi, in realtà, a contatto con quelle piante sono cresciuti e hanno dato loro un nome. Poi arriviamo noi, che sentiamo l’esigenza di classificarle nella nostra tassonomia e trovando un nome che sia culturalmente nostro le conosciamo.
L’estetica, poi, è un fatto culturale. «Negli orti botanici del mondo», spiega Perazzi, «vediamo fiori da noi passati di moda.

In Giappone fanno attenzione a dettagli di incroci di forme o colori che non si ripeteranno mai. Per loro conta la ricerca dell’effimero».
In questi viaggi delle piante, però, occorre limitare i rischi: può capitare che alcune specie esotiche colonizzino gli ambienti di arrivo diventando un problema. «Per questo motivo in Australia e Nuova Zelanda la canfora, per esempio, è assolutamente vietata», aggiunge Perazzi. «Noi siamo sempre stati abituati alle importazioni, abbiamo avuto sempre porti aperti.

E oggi ancora di più. Ma prestiamo attenzione: nel Mediterraneo sono arrivati l’Ailanto e la Buddleja, il primo per farci crescere i bachi da seta, la seconda per bellezza. Il primo oggi è odiato perché cresce come un’erbaccia, la seconda no perché attira le farfalle. Ma se il primo colonizza principalmente luoghi periferici e botanicalmente poveri come ruderi e cantieri, la seconda, tra le montagne, rischia di creare danni idrogeologici bloccando il deflusso delle acque».