Un viaggio lungo sei anni tra sfide, ricerca e passione. Gabriele Gorelli racconta come ha conquistato il titolo più ambito nel mondo del vino.

Essere il primo, aprire una strada nuova, è per definizione un’impresa. Raggiungere un traguardo impervio è un’assoluta soddisfazione. Gabriele Gorelli però sa che il traguardo che ha tagliato non è un punto di arrivo, ma la linea di partenza di un viaggio altrettanto impegnativo: far crescere la consapevolezza dell’enologia italiana. Gorelli infatti è il primo italiano a conseguire il titolo di Master of Wine (MW), il più prestigioso del settore. Assegnata dall'Institute of Masters of Wine, questa certificazione richiede un percorso lungo e selettivo che dura anni, durante i quali i candidati devono dimostrare conoscenze approfondite in enologia, degustazione e commercio del vino, oltre a completare un progetto di ricerca originale. Il titolo rappresenta un sigillo di eccellenza, attribuito a professionisti che si impegnano a elevare il livello dell'industria vitivinicola in tutto il mondo.

Per molti l’esame è un incubo. Non per Gorelli, che racconta: «È un percorso lungo sei anni, perciò è molto complesso da sintetizzare. Quando ho scoperto questo istituto ho subito avvertito quel senso elitario che mi ha conquistato. Tanto per dire, con il titolo cambia il tuo nome e puoi aggiungere quelle due letterine, MW, che porti come un abito. Fin da subito ho capito il livello di selezione: da 40 ci siamo trovati in 6 fin dal primo weekend. Poi il seminario residenziale: 40 partecipanti da 20 nazioni. Lì ho capito che la nostra impostazione italocentrica ci impedisce di comprendere che siamo infinitesimali rispetto alla vastità del mondo».

E la parte più bella del percorso? Gorelli non ha dubbi: «La vita e la condivisione come in un campus. Non posso raccontare la mia esperienza senza citare gli altri due MW italiani, Andrea Lonardi dalla Valpolicella e Pietro Russo, siciliano di Marsala. Non ci conoscevamo neppure e ora siamo amici fraterni. Dirò di più, siamo stati uno funzionale ai successi degli altri. Quando parliamo di fare sistema è esattamente questo e spero di essere un esempio per i nuovi studenti».

Ma ogni percorso ha le sue difficoltà, e per Gorelli il momento più impegnativo è stato lo stage 3, quello del progetto di ricerca: «La prima parte è stata una sorta di ultramaratona: quattro giorni per la parte di degustazione e quella teorica. Ma lo stage 3 è stato diverso. Eravamo in pieno lockdown e non c'era più la collegialità. La solitudine e l’incertezza erano tangibili».

Il progetto di ricerca che ha affrontato, sulla precipitazione di Quercetina in bottiglia, è stato un contributo importante per il settore. «La Quercetina è un problema per molti produttori, soprattutto con vini base sangiovese, ma anche con altre varietà come Pinot Nero in Nuova Zelanda e Oregon o Zinfandel in California. Ho scoperto quanto possa essere potente contribuire con una ricerca utile. Oggi sono riconosciuto come "quello della Quercetina", e questo apre molte porte».

L’attesa del responso, però, è stata snervante: «Tre mesi in cui aspetti la fatidica telefonata, che può avere tre risposte: sì, sei un MW; quasi, ma il paper va modificato; no, rifai tutto. È andata bene e l’emozione è stata incredibile. Inoltre, eravamo nel pieno della terza ondata di Covid-19 e c’era una gran necessità di sentirsi uniti. L’annuncio del primo Master of Wine italiano ha avuto una ricaduta incredibile per il trade del Paese»

Il percorso non ha trasformato Gorelli solo come esperto di vino, ma anche come persona: «Il metodo, l’apertura mentale, quell’impostazione che generalmente non tocca l’educazione italiana. Domandarsi il perché delle cose mi ha aperto alla comprensione e alla crescita personale».

Infine, quando gli chiediamo quale sia stata la parte più sorprendente del processo, risponde: «Trovarmi a essere cittadino del mondo. Quando ci si confronta con competenze e background diversissimi, bisogna imparare ad ascoltare. È la cosa più bella».

E come cambia il rapporto con gli altri esperti di vino una volta diventati MW? Gorelli riflette: «In Italia devo ancora spiegare cosa significhi essere MW, mentre all’estero ero già "quello dall’Italia". Sarei potuto essere più esclusivo, ma per indole preferisco essere una figura di unione. Ho scelto di rimanere fedele alla mia linea: non essere dipendente, ma sempre al di sopra».

Essere il primo italiano MW comporta anche una grande responsabilità. Gorelli si sente ambasciatore dell’italianità, non solo del vino: «Profondità culturale, grande flessibilità e stile. Questo è il carattere italiano che porto nel mondo».

E nonostante abbia degustato migliaia di vini, l’emozione di un bicchiere non è svanita: «Da quando non sono più studente e non ho la necessità di catalogare e immagazzinare dati, posso abbandonarmi e lasciarmi stupire. E mi succede spesso, anche con vini meno pregiati. Recentemente ho apprezzato molto il Fiano e il Greco dall’Irpinia: vini inconfondibilmente italiani. Poi ci sono i vini del cuore, come il Brunello di Montalcino, che sta vivendo un’evoluzione nella consapevolezza dei produttori, che sanno interpretare l’annata in maniera personale».

Guardando al futuro, Gorelli vede l’Italia con grandi potenzialità: «Dobbiamo colmare il divario con la Francia, ma farlo all’italiana, valorizzando la nostra frammentarietà e celebrando la diversità. C’è tanto spazio per raccontarci con autenticità, ed è quello che voglio fare. Vivere in Italia, ma guardare al mondo intero.”

Con questa prospettiva ha firmato la carta dei vini di Slowear 18: «Vini “boutique”, intesi con carattere ed elevato livello complessità, con brand intriganti, intesi come varietà o denominazione. All’interno di tutto questo ho cercato un’interpretazione unica, in linea con il marchio Slowear. Come Podere Sapaio di Bolgheri, con quella corona sull’etichetta, omaggio al lavoro dei vignaioli in vigna e in cantina per affrancarsi dalla nobiltà che la circonda. Insomma, la forza di stare fuori dai filoni, ma sempre in modo riconoscibile, con stile».