Molto più di uno sfondo nella sua carriera, l’energia di Milano è diventata una musa che ispira le canzoni di uno degli artisti italiani più promettenti
«Calmo, Cobra!, mi ha detto il mio manager quando si è accorto che cominciavo a perdere di vista la realtà e a montarmi un po’ troppo la testa», spiega l’ormai milanesissimo Tananai, al secolo Alberto Cotta Ramusino.
Un monito, CalmoCobra, che è diventato anche il titolo del suo ultimo album. Ci ha lavorato nel suo studio a NoLo (North of Loreto), prendendosi tutto il tempo necessario per uscire dal frullatore e ritornare con i piedi per terra.
La zona fa parte di una nuova Milano, quella dei quartieri operai letteralmente rifioriti negli ultimi anni e diventati veri e propri poli (ri)creativi e culturali: dal cinema Beltrade, per esempio, di recente sono passati anche Maura Delpero, Leone D’Oro a Venezia per Vermiglio e il regista Premio Oscar, Paolo Sorrentino.
Tananai (che in milanese vuol dire «piccola peste») trascorre l’infanzia a Cologno Monzese, a un passo da Milano, scuole comprese, ma comincia a sentire il richiamo della metropoli che è appena un ragazzino: «Ricordo perfettamente le prime volte in cui con un amico ho preso la metro per andarci. A Cologno non c’era granché da fare, al di là del parchetto e Milano per me all’epoca è stata una boccata d’aria. Incontrare persone di altre scuole, scoprire di avere a disposizione infinite possibilità, mi ha fatto immediatamente pensare: Wow, esiste un mondo a pochi passi da casa!».
All’inizio avvicinarsi a questo mondo non è semplice. Alberto legge Delitto e castigo per ingannare il tempo sui vagoni della metro che lo portano agli incontri con i promoter delle discoteche più gettonate: «Ero appassionato di musica elettronica e andavo a parlare con loro per cercare di convincerli a farmi suonare anche solo una mezz'ora, prima che arrivassero i dj importanti. Ricordo attese infinite e tanti due di picche: io ero il ragazzino di periferia e spesso non mi consideravano all’altezza. Mi chiedevano di portare almeno trenta persone, se volevo mettere i dischi, ma quelle che portavo non andavano mai bene».
Nonostante questo, non demorde: è affascinato da Milano e dalla sua natura poliedrica in cui convivono tradizione e modernità, dalle atmosfere e dai contrasti. È per lui non soltanto un luogo fisico, ma anche un universo di emozioni, relazioni e storie che fanno parte della sua personalità. Mentre cerca il suo posto nel mondo, la città della «Madonnina» è quella in cui muove anche i primi passi musicali. Tra i locali del suo debutto ci sono il Tocqueville, in zona Garibaldi, dietro a corso Como e il Tropicana, in viale Bligny, quartiere di Porta Romana, oggi sostituito da un disco-teatro per eventi e spettacoli. «Dall’Hollywood (club di punta in corso Como, n.d.r.) mi avevano cacciato… i pezzi che avevo scelto facevano schifo a tutti. Cercavo di suonare quello che piaceva a me e non musica commerciale, roba più di nicchia, tipo Gesaffelstein e Brodinski. Ero bello preso da quella corrente francese, dalla techno un po’ oscura. Mi era arrivata anche una mail di congratulazioni da SoundCloud perché avevo speso moltissime ore a cercare musica sul loro sito».
Lavoro a parte, da sempre, frequenta la zona di Porta Venezia, cantandola anche nelle sue canzoni, Esagerata, per esempio: «Forse è arrivato il momento di alzarmi dal letto e di andare in via Lecco. Mi faccio bello, magari lì ti becco». Con una preferenza per via Melzo: «È la strada in cui mi sono sentito più a casa. Se la percorri dall’inizio, quando arrivi alla fine o sei sbronzo o comunque ti sei divertito: hai visto posti e conosciuto persone. Sono molto amico della proprietaria del Love Bar, una signora sulla sessantina a cui voglio bene proprio. Ci chiamiamo “principe” e “principessa”. Le prime volte che andavo, a una certa ora ci chiedevano di abbassare la voce per non disturbare il vicinato, ma noi proprio non ce la facevamo e continuavamo a fare sempre un gran casino. Così, quando si alterava, per smorzare e farla ridere, mi mettevo in ginocchio e le dicevo: “Scusa, principessa!”. Sempre lì, al numero 12, di fronte al Bar Picchio, c’è uno dei miei posti preferiti per mangiare, l’Osteria Alla Concorrenza. I vini sono ottimi e il cibo altrettanto».
Oggi, Tananai vive a Milano, nel Municipio 2, la zona NoLo in cui ha anche lo studio. «Se voglio farmi una birra, vado al GhePensiMI, sempre frequentatissimo e con gente che chiacchiera e brinda anche sul marciapiede, che sia estate o inverno è uguale. Se invece voglio bere del buon vino e mangiare qualcosina, lì accanto c’è Silvano».
Persino in un periodo difficile come quello della pandemia, Milano è stata per Alberto un rifugio e non un limite. Se in tanti, subito dopo, sono scappati dal cemento alla ricerca di rigenerazione nella natura, lui sembra aver trovato calore e nuova linfa nelle persone. Racconta di come ha visto la zona Ticinese e in particolare l’area delle Colonne di San Lorenzo, da sempre monumenti alla movida milanese, riempirsi ancor più di gente, finalmente felice di poter tornare a vivere la propria città. «Si è trattato di un momento davvero particolare in cui ognuno di noi credo abbia vissuto emozioni contrastanti. Personalmente quello è stato il luogo in cui ho provato nuovamente sensazioni belle e intense. Ritrovarmi circondato da tantissimi giovani a stappare una birra tra le colonne, guardandoli in faccia, da vicino finalmente, mi ha fatto sentire bene». E io sono uno di quelli più fortunati, perché nel periodo Covid abitavo in un loft in via Tucidide, all’Ortica, una sorta di micro-villaggio nelle ex fabbriche Richard Ginori completamente risistemate. Lì stavamo insieme, quasi fossimo in una sorta di comune: prendevamo il sole sul tetto, giocavamo a calcio e saltavamo la corda nel parcheggio. Milano è anche questo».