Drink d’autore, dettagli vintage e un’atmosfera da anni ruggenti. Torna l’atmosfera degli anni ’20 nel quartiere Isola, con un locale misterioso dove ogni dettaglio, dalla colonna sonora alla parola d’ordine per entrare, è pensato per far rivivere l’epoca del Proibizionismo. L’intervista al titolare, Alessandro Lazzari

Entrare al White Rabbit Speakeasy a Milano significa immergersi nell’atmosfera segreta e affascinante degli anni del Proibizionismo, quando l’arte del cocktail si mescolava al fascino dell’illegalità e ogni drink era un lusso clandestino. Questa esperienza unica nasce dalla visione di Alessandro Lazzari, nato a Milano nel 1984 e cresciuto con una voglia inesauribile di fare e reinventarsi. Dopo aver gestito per anni un’attività di vendita e riparazione di cellulari, l’Isola del Telefonino, e un periodo in Sicilia, Alessandro è tornato al quartiere milanese dell’Isola per dare vita al White Rabbit nel 2018, uno speakeasy dove ogni dettaglio rimanda all’epoca dei ruggenti anni ’20.

Con una password per accedere, un’atmosfera studiata fin nei minimi particolari e una selezione di drink d’autore (la cui carta è su curiosi minidischi in vinile), il White Rabbit non è solo un bar, ma un vero e proprio viaggio nel tempo. Dai cocktail elaborati che seguono fedelmente le ricette storiche ai dettagli ispirati ai locali clandestini di un tempo, Alessandro ha creato uno spazio che rende omaggio al Proibizionismo con un tocco di stile e mistero, trasformando ogni visita in un'esperienza memorabile per chi cerca qualcosa di unico a Milano.

Alessandro, che cosa ti ha ispirato a creare uno speakeasy a Milano, una città così moderna e dinamica?
AL: Nato e cresciuto tra la Sicilia e il quartiere milanese dell’Isola, ho sempre desiderato portare qualcosa di autentico e diverso. Nonostante la grande offerta di locali, mancava un luogo che offrisse un’esperienza unica, un ritorno all’eleganza e alla riservatezza del Proibizionismo. Così ho pensato a un posto dove l’attenzione per il cliente e la cura dei dettagli fossero fondamentali, e il risultato è il White Rabbit, un progetto che mi rende fiero.

Qual è il vostro target di clientela? È quello che ti aspettavi quando avete iniziato?
AL: Il nostro target è composto da clienti maturi e interessati alla storia e alla musica del Proibizionismo, in particolare charleston, swing e jazz. Preferiamo ospiti con un’età minima di 21 anni e richiediamo un abbigliamento elegante, anche se non vincolato agli anni '20. Con le nostre “istruzioni per l’uso”, creiamo un’atmosfera che rispetta il tema e che la clientela apprezza e segue volentieri.

L’ingresso con parola d’ordine è un dettaglio davvero unico. Come è nata l’idea e come reagiscono solitamente i clienti quando scoprono questa particolarità?
AL: L’idea della parola d’ordine richiama i veri speakeasy del Proibizionismo, dove una parola segreta o un gesto garantivano l’accesso. Ogni anno la password cambia in sintonia con il tema della nostra cocktail list, e spesso i clienti trovano questa particolarità intrigante e divertente, aggiungendo un elemento di scoperta e interazione che arricchisce l’esperienza.

Come si ottiene la parola d’ordine?
AL: Non siamo un secret bar: vogliamo essere conosciuti, ma desideriamo mantenere un alone di mistero su ciò che si trova all’interno. Per ottenere la parola d’ordine, è necessario seguire le nostre “istruzioni per l’uso” che forniamo alla prenotazione. Questo processo crea un’esperienza coinvolgente, riservata a chi vuole davvero vivere la nostra filosofia.

Quando qualcuno entra al White Rabbit, che tipo di esperienza vorresti che vivesse? Cosa cerchi di evocare con l’ambiente e i cocktail?
AL: L’obiettivo è far sentire ogni ospite come a casa, in un ambiente dove la cura per i dettagli è evidente. Ogni cocktail è preparato con attenzione, equilibrato e personalizzato sui gusti del cliente. Vogliamo offrire un’esperienza totale, dove atmosfera, musica e drink trasportino indietro nel tempo, creando qualcosa di più di una semplice consumazione.

Hai qualche aneddoto curioso legato alla parola d’ordine o alle reazioni dei clienti nel doverla usare per entrare?
AL: Una delle nostre password richiedeva ai clienti di cantare il ritornello di una canzone degli anni ’20: spesso arrivavano con il titolo, ma quando chiedevamo di cantare il ritornello, si creavano situazioni esilaranti. Un tempo, inoltre, facevamo entrare i clienti dalla porta principale e uscire da quella sul retro, lasciando l’impressione che nessuno uscisse dal locale, creando stupore tra i passanti.

Come fai a mantenere un’aura di esclusività e mistero nel tempo, col locale che sta diventando sempre più popolare?
AL: L’ingresso con password e il mantenimento del mistero su ciò che si trova all’interno alimentano l’aura di esclusività. Anche con la crescente popolarità, desideriamo che il White Rabbit resti un luogo da scoprire, dove l’esperienza completa si svela solo a chi segue la nostra filosofia e partecipa al gioco del mistero.

Qual è la filosofia dietro la creazione dei vostri cocktail? C’è un drink in particolare che consideri simbolo del White Rabbit?
AL: La nostra filosofia è creare cocktail che riflettano i gusti dei nostri ospiti, bilanciando tradizione e innovazione. Non c’è un solo cocktail che ci rappresenta, ma l’insieme delle nostre creazioni, ognuna pensata per offrire un’esperienza unica. La passione per i dettagli e per l’arte della miscelazione è il vero simbolo del White Rabbit Speakeasy.